Proteste nel porto più grande di Europa. Cosa è accaduto a Rotterdam?

Lunedì 4 ottobre, a Rotterdam, più di 80 attivisti di Greenpeace hanno bloccato l’accesso alla raffineria di petrolio della Shell, la più grande d’Europa, come parte della campagna lanciata dalla ECI (European Citizen’s Initiative) che cerca di bandire le pubblicità dei carburanti fossili. Per bloccare l’accesso gli attivisti hanno utilizzato dei kayak, dei grossi cubi galleggianti e la famosissima nave di Greenpeace Beluga II, abbellita con la scritta “Ban fossil fuel advertising”. Questi ultimi, inoltre, si sono arrampicati sulla cisterna della Shell, alta 15 metri, per attaccarci sopra i manifesti della campagna ambientalista.

Foto: AP

La polizia non si è fatta attendere e, dopo svariate ore, ha interrotto le proteste, arrestando più di 20 attivisti. Non si è fatta attendere neanche la Shell che, attraverso il suo portavoce Marc Potma, ha dichiarato di essere favorevole alle proteste “se fatte in sicurezza, purtroppo non è questo il caso. I dimostranti sono illegalmente nella nostra proprietà dove si applicano rigidi controlli di sicurezza”.

La campagna della ECI, supportata da più di 20 associazioni ambientaliste, cerca di raggiungere un milione di firme per arrivare in Commissione europea e provare ad ottenere una completa rimozione di ogni tipo di pubblicità delle compagnie di carburanti fossili, comparandole alle pubblicità dei prodotti legati al tabacco, da tempo bandite nell’UE.

desmog.com

Insieme al lancio della campagna, il ramo olandese di Greenpeace, insieme a Desmog, ha rilasciato uno studio fatto su più di tremila inserzioni pubblicitarie di sei grandi compagnie energetiche (Royal Dutch Shell, Repsol, Eni, Preem, Total Energies, Fortum) accusandole di greenwashing, una pratica finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale.

Il report, infatti, dimostra che “per ogni compagnia analizzata c’è un’evidente discrepanza tra il numero di inserzioni pubblicitarie legate a tematiche green e il numero di spese fatte per impegnarsi in quelle tematiche”. La Shell, ad esempio, investirebbe il 90% delle risorse in carburanti fossili e solo l’1% in energie rinnovabili, riportando però un numero di inserzioni pubblicitarie “green” pari all’81% delle inserzioni totali, risultati simili, se non peggiori, si vedono in compagnie come BP o Preem.

desmog.com

Un altro problema su cui si concentra lo studio sono le cosiddette “false solution”: fonti di energia, come i biocarburanti, che vengono presentate come alternative a emissioni zero nonostante sia stato ampiamente dimostrato il contrario.

Un rappresentante della Preem ha risposto a una di queste accuse dichiarando che “le misure su cui ci stiamo concentrando hanno pieno appoggio scientifico, sono regolati a livello internazionale e hanno un effetto positivo sul cambiamento climatico”.

A cura di Gianmarco Solimeno

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