Polonia e Israele: la restitution law inasprisce un rapporto sempre più difficile.

Continua inesorabile il deterioramento delle relazioni tra Israele e Polonia, dopo la firma della controversa restitution law da parte del Presidente polacco Andrzej Duda.

Durante la Seconda guerra mondiale, i beni appartenenti agli ebrei polacchi fuggiti dal paese o uccisi nei campi di sterminio vennero confiscati dall’occupante nazista e non furono mai restituiti ai legittimi proprietari, anzi. Il nuovo governo comunista, nato dopo la vittoria del conflitto da parte dell’URSS, provvide presto a nazionalizzarli. Così, le proprietà abbandonate dagli ebrei sono state occupate negli anni da famiglie polacche e questo ha reso complicata l’identificazione dei legittimi proprietari.

La “legge delle restituzioni” permetteva, dunque, agli ebrei polacchi sopravvissuti o espatriati e ai loro discendenti di chiedere la restituzione dei loro beni illegalmente confiscati. Tuttavia nel 2015, dopo che alcuni funzionari polacchi avevano denunciato la presenza di irregolarità in alcune delle richieste ricevute, la Corte Costituzionale polacca ha stabilito la necessità di porre un termine di tempo massimo a seguito del quale le decisioni amministrative sui titoli di proprietà non potessero essere più impugnate.

Photo Credit: Haim Zach/GPO/Flash90

È quindi nell’ottica della “lotta all’incertezza della proprietà” che secondo il governo polacco dovrebbe essere interpretata la restitution law, che fissa il termine per la rivendicazione dei beni espropriati a 30 anni. Pur non riguardando solo gli ebrei, la legge sembrerebbe essere per loro fortemente penalizzante, in quanto molti non sono riusciti a rivendicare tempestivamente i loro beni negli anni successivi alla guerra. Secondo il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid, infatti, la misura potrebbe colpire addirittura il 90% delle richieste di restituzione delle proprietà fino ad ora avanzate.

Non sono mancate le aspre critiche da parte della comunità internazionale, specie da USA, Regno Unito e Israele. Secondo il Primo ministro israeliano Naftali Bennett la questione mostra mostra un “vergognoso disprezzo per la memoria dell’Olocausto”, mentre Lapid, il ministro degli Esteri israeliano, ha prontamente definito la misura antisemita e immorale, aggiungendo che Israele sta discutendo il da farsi con gli Stati Uniti. Questi ultimi, tramite le parole del Segretario di Stato americano Antony Blinken, hanno espresso una forte preoccupazione per la decisione adottata dalla Polonia.

In risposta a quanto accaduto, l’incaricata d’affari israeliana per la Polonia, Tal BenAri Yaalon, è stata immediatamente richiamata nel paese per “un periodo di tempo indefinito“. La decisione del governo israeliano è stata definita dal Primo ministro polacco Mateusz Morawieckiirresponsabile e infondata”, oltre che suscettibile ad alimentare un sentimento anti-polacco.

Il Premier polacco Mateusz Morawiecki, Photo Credit: VALERIA MONGELLI/HANS LUCAS/AFP

Da parte sua l’Ambasciata polacca a Londra ha fatto sapere che la misura non discrimina nessuna persona o gruppo particolare, in quanto permette a tutti gli individui aventi diritto – indipendentemente dalla loro origine o nazionalità – di intraprendere dei procedimenti civili per ottenere il risarcimento dovuto. Tuttavia, la posizione della Polonia è aggravata dal fatto che dalla caduta del blocco sovietico nel 1989 è l’unico grande paese europeo a non aver previsto dei risarcimenti o delle restituzioni ad hoc per gli ex cittadini ebrei polacchi.

Ma questa non è certo la prima crisi diplomatica intercorsa tra i due paesi. Una sorta di diffidenza si è infatti sviluppata nel tempo e la distensione non è stata certamente favorita da alcune politiche adottate dal governo polacco e nemmeno da certe affermazioni di politici israeliani.

Più volte la Polonia è stata tacciata di negazionismo per la sua tendenza a rifiutare qualsiasi forma di responsabilità per la Shoah, un insieme di atrocità e violazioni dei diritti umani che sarebbero state compiute – a detta del governo polacco – esclusivamente dagli occupanti tedeschi e per cui la Polonia avrebbe la sola colpa di aver costituito l’oscuro teatro in cui tutto ciò è avvenuto. 

Vice Presidente americano Mike Pence (sx), Presidente polacco Andrzej Duda (centro) e il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Varsavia, Polonia
nel Febbraio 2019 [Sean Gallup/Getty Images]

Nel gennaio 2018 il Parlamento polacco ha approvato una legge che prevedeva il carcere sino a 3 anni per chi sostenesse che la Polonia fosse corresponsabile dell’Olocausto. Così, ad esempio, il campo di AuschwitzBirkenau non sarebbe potuto essere definito un campo di concentramento “nazistapolacco”, ma unicamente “nazista”. Solo a seguito di proteste a livello internazionale – specie da parte di USA e Israele – il governo fece marcia indietro, declassificando il reato a civile e prevedendo esclusivamente una pena pecuniaria.

In questa occasione l’ex Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato che Israele non avrebbe accettato nessun tentativo di riscrivere la storia, mentre lo Yad Vashem – il centro israeliano per la memoria dell’Olocausto – aveva sottolineato la suscettibilità di questa condotta nell’offuscare verità storicamente accertate riguardanti l’assistenza che la popolazione polacca aveva fornito ai nazisti.

Nel febbraio 2019 fu una dichiarazione di Netanyahu a far cadere il gelo tra i due paesi. Secondo quanto riportato in un articolo pubblicato dal Jerusalem Post, infatti, egli avrebbe affermato che “la complicità tra polacchi e nazisti [durante il secondo conflitto mondiale] è fatto noto”. Immediata è arrivata la smentita: il Primo ministro parlò di una “manipolazione mediatica” e il suo ufficio stampa ci tenne a precisare che nel discorso la collaborazione dei nazisti era intesa con “singoli individui polacchi” e non col popolo polacco nella sua interezza.

A rincarare la dose ci ha pensato qualche giorno dopo l’allora ministro degli Esteri ad interim israeliano Israel Katz che, per difendere la posizione di Netanyahu, citò le parole dell’ex Primo ministro Yitzhak Shamir dicendo che “i polacchi assorbono l’antisemitismo dal latte materno”.

A seguito di queste parole e in assenza di scuse, il governo polacco ritirò la sua partecipazione al summit di Visegrad – fin dal 1991 simbolo dell’alleanza politica e culturale tra Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria -, che nel 2019 si sarebbe dovuto tenere proprio a Gerusalemme.

Immagine di copertina: VALERIA MONGELLI/HANS LUCAS/AFP via agi.it

A cura di Crystal Lucianini Barbati

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