Donne e lavoro

Quanto influisce la sfera del matrimonio e dei figli nella carriera lavorativa delle donne? 

Il ruolo delle donne nel mercato del lavoro è stato storicamente caratterizzato da disuguaglianze e discriminazioni nel salario, nell’accesso alle posizioni di vertice, e nella specializzazione in particolari settori come quelli scientifici e tecnologici. Solo nel 1919 si è permesso alle donne un libero accesso a tutte le professioni e a coprire tutti gli impieghi pubblici, escludendo, però, quelli che implicavano poteri pubblici giurisdizionali. Questo perché il ruolo della donna era associato alla vita matrimoniale e all’accudimento dei figli, per cui intraprendere una carriera lavorativa si riteneva fosse impensabile. Nonostante ciò, nel 1963 venne sancita una legge che annullò le clausole di nubilato e dei licenziamenti causati dal matrimonio. Negli anni successivi si assistette, inoltra, ad un aumento delle garanzie per le lavoratrici madri e all’estensione ai padri del diritto di assentarsi dal lavoro per la cura dei figli.

La sfera matrimoniale e l’accudimento dei figli risulta ancora oggi un impedimento per le donne che intraprendono una carriera lavorativa: dopo la nascita di un figlio, nella maggior parte dei casi, sono le donne a lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia, sia per scelta che per necessità. 

Secondo un report di Save the Children, le donne con un’occupazione senza figli occupate sono il 62,2%, quelle con un figlio il 58,4%, fino ad arrivare al 54,6% per le donne con 3 figli e al 41,4% per le madri di 3 e più figli.

L’impiego lavorativo delle donne presenta molte criticità come l’attribuzione di part-time involontari, l’assegnazione di mansioni che sottodimensionano le competenze, le dimissioni in bianco, il difficile accesso alle posizioni decisionali e al vertice delle aziende.

La consistente disparità tra l’occupazione maschile e femminile è data dalla riduzione dell’intensità di lavoro che ha caratterizzato, nell’ultimo periodo, il mercato del lavoro italiano, riversando i suoi effetti negativi principalmente nei confronti delle donne con figli. Ciò comporta come effetto diretto un incremento dei lavori part-time e i part-time cosiddetti involontari, ovvero quegli impieghi a tempo parziale che determinate persone sono state costrette ad accettare per necessità, pur cercando in realtà un impiego lavorativo a tempo pieno.

La causa principale di tale situazione risiede principalmente nella carenza di welfare per l’infanzia: le donne madri hanno contratti più sconvenienti, che tendono a coprire in misura minore le spese da affrontare e che dunque forniscono meno garanzie per il presente e il futuro.

In tale prospettiva, anche lo Stato avrebbe una propria responsabilità che impedirebbe alle donne con figli di intraprendere le stesse opportunità lavorative degli uomini. Secondo alcune stime, sono 433.000 in Italia le donne costrette ad essere “inattive” o a svolgere un part-time involontario, di loro il 24,6 % lo fa a causa della scarsità dei servizi per l’infanzia. Pertanto, risulta evidente come in Italia la nascita di un figlio tende a cambiare molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo.

Oltre a un welfare inadeguato, le disparità emergono anche in relazione al criterio territoriale, in particolare tra Nord e Sud: il divario del tasso di occupazione va dal 81,4% delle donne con figli laureate nel Nord, a un minimo di 17,1 % delle madri del Mezzogiorno con basso titolo di studio

La disuguaglianza più evidente si registra in relazione alle differenti retribuzioni percepite dalle donne rispetto agli uomini. Secondo l’Eurostat nel 2018, se si confronta la retribuzione lorda oraria media nell’Unione Europea, le donne hanno guadagnato il 14,8 % in meno degli uomini. Mediamente questo divario retributivo di genere è presente in tutti gli Stati membri, ma varia da Paese a Paese a seconda di una serie di elementi peculiari. Ad esempio, una parte delle differenze retributive è dato dal fatto che ci sono più uomini che donne in alcuni settori e occupazioni con retribuzioni mediamente più alte rispetto ad altri ambiti lavorativi. Pertanto, è piuttosto chiaro che si tratti di un discorso più articolato che evidenza come il divario sia legato necessariamente ad un insieme di fattori culturali, legali, sociali ed economici.

Attualmente, i tempi per la parità di genere si allungano a causa del Covid-19. Le conseguenze economiche della pandemia hanno ampliato le disparità fra i sessi, soprattutto in ambito economico. Una prima conseguenza della crisi pandemica è ancora una volta il divario che separa le donne dagli uomini nel mondo del lavoro: secondo il Sole24Ore per chiudere il gap saranno necessari 267,6 anni, se non si inverte la direzione imposta da decenni nello sviluppo professionale.

Risulta invece apparentemente più rapida l’evoluzione complessiva, in quanto, tenendo conto dei 4 ambiti: politica, economia, educazione e salute, si stima il raggiungimento di una parità entro 135,6 anni, rispetto ai 99,5 anni ipotizzati solo dal rapporto precedente.

In linea generale, il ruolo delle donne è ancora troppo marginale nel mondo del lavoro e il rischio concreto si traduce nel non garantire un’adeguata indipendenza economica, escludendole a sua volta dalle dinamiche dello sviluppo socio-economico del Paese.

A cura di Sofia Ruggiero

Foto: tuttowelfare.info

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