Siria: elezioni antidemocratiche e propaganda da regime

Mercoledì 26 maggio, col 95,1% delle preferenze, Bashar al-Assad è stato eletto presidente della Siria per la quarta volta consecutiva – superando l’89% dei consensi che si aggiudicò nel 2014. Le strade di Damasco hanno iniziato ad affollarsi alle 7 del mattino e le immagini trasmesse dalla televisione di Stato hanno mostrato strade ornate di gigantografie di Assad che lodavano il suo governo e lunghe code ai 12.000 seggi dislocati nelle aree controllate dal regime. In carica dal 2000, quando prese il posto di suo padre Hafez – al potere dal 1970 -, Assad potrà così restare alla presidenza del paese per altri 7 anni.

Syria election: Assad set to win poll dismissed by opposition as a sham – YouTube

France 24 English

Come per le precedenti elezioni del 2014, il risultato scontato del voto alle urne è stato aspramente criticato dai paesi occidentali, in particolare da Regno Unito, UE e Stati Uniti. Infatti, al confronto elettorale sono stati ammessi dallo stesso regime solo altri due candidati, due nomi poco conosciuti e inseriti solo per dare una parvenza di legittimità al voto: l’ex ministro Abdallah Salloum Abdallah e Mahmoud Marei, esponente della cosiddetta “opposizione tollerata”, tutt’altro che indipendente, tanto da essere spesso definita dai leader dell’opposizione in esilio “un’estensione del governo”.

Per l’occasione, è stato permesso ai residenti all’estero di votare nelle ambasciate siriane, mentre nulla è stato fatto per garantire il diritto di voto ai milioni di rifugiati. Non è mancata poi prima delle elezioni la messa in atto di misure populiste, tra cui l’aumento degli stipendi statali e la scarcerazione di oltre 400 persone, detenute per aver criticato le condizioni in cui versa il paese.

La critica dell’Occidente non si è fatta attendere. Già prima del voto i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti in un comunicato congiunto avevano definito le elezioni illegittime.

Il giorno delle elezioni, in un post su Twitter, il segretario di Stato americano Anthony Blinken ha affermato che le votazioni non potevano essere considerate né libere né regolari e che gli Stati Uniti si univano alle altre potenze occidentali nel rifiutare i tentativi del regime di riconquistare la legittimità, senza però rispettare i diritti umani e le libertà del popolo siriano. Dal canto suo, Assad ha dichiarato di non essere preoccupato dalle dichiarazioni di nazioni con un passato coloniale e che l’opinione dell’Occidente conta “zero”.

L’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera, Josep Borrell, ha affermato che le elezioni non hanno rispettato nessuno dei criteri per un voto realmente democratico, non allineandosi alla risoluzione 2254(2015) del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che chiedeva il cessate il fuoco e una soluzione politica per il paese. Inoltre, ha aggiunto che non è possibile considerare credibili delle elezioni che si sono tenute in un ambiente non sicuro, non neutrale, privo di una concorrenza politica libera ed equa, in cui i voti sono stati estorti con minacce e intimidazioni e non si è garantito il diritto di voto a tutta la popolazione civile.

Mentre l’opposizione in esilio ha definito le votazioni una farsa, una grande protesta è montata nella provincia nord-occidentale di Idlib, ultima grande roccaforte dei ribelli: qui e nel nel Rojava controllato dai curdi non si sono tenute elezioni. Accuse di illegittimità sono poi arrivate anche da aree controllate dal governo, come le province meridionali di Daraa e Sweida.

Syrians vote in election set to extend al-Assad’s grip on power – YouTube

Al Jazeera English

Le accuse però non scalfiscono la sicurezza del governo siriano di Assad che, godendo dell’appoggio di influenti potenze – in primis Cina, Iran e Russia – riesce ancora a governare il paese. La Russia in particolare rappresenta un importante alleato dal 1971, quando l’URSS e la Siria ba’thista  hanno stipulato degli accordi commerciali – ancora in vigore – che regolano l’accesso al porto di Tartus, unica installazione marittima russa nel Mediterraneo.

L’approfondirsi della frattura tra la Siria e l’Occidente non fa altro che avvicinarla alla Cina e ai paesi a lei allineati, oltre che allontanare la possibilità di porre fine e rimedio alla catastrofe umanitaria siriana. Il paese, infatti, è alle prese con una guerra civile dal marzo 2011, quando Assad ha risposto con la violenza a delle manifestazioni pacifiche pro-democrazia. Da allora il paese si è frammentato in aree controllate dal governo e altre in mano a gruppi ribelli, forze guidate dai curdi, vari gruppi di ispirazione islamista – lo Stato Islamico in primis – e da contingenti militari iraniani, russi, statunitensi e turchi. A farne le spese è ovviamente la popolazione civile: si stima che siano almeno 388.000 i civili morti a causa delle violenze. Sarebbero 6,6 milioni gli sfollati interni; 5,6 milioni i rifugiati presso i paesi confinanti, mentre secondo le Nazioni Unite ben il 90% della popolazione civile vive al di sotto della soglia di povertà. Malgrado ciò, fino a che continuerà la repressione della popolazione civile e non sarà garantito un processo di transizione politica reale, non sarà possibile alcuna misura di normalizzazione internazionale col regime siriano e non si potrà procedere alla ricostruzione del paese.

A cura di Crystal Lucianini

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