ASAT-isfaction: la corsa alle armi antisatellitari

A fine luglio 2020, lo US Space Command aveva pubblicato un comunicato, contenente informazioni circa un test orbitale svolto dal Cremlino pochi giorni prima. Secondo le testimonianze di Chris Ford, allora sottosegretario aggiunto di Stato per la sicurezza internazionale e la non proliferazione, il satellite russo Kosmos 2543 avrebbe dispiegato un sub-satellite, che avrebbe poi sparato un proiettile di piccole dimensioni a una velocità molto elevata, superiore ai 250 km orari. La manovra è significativa, perché dimostra l’effettiva possibilità di poter armare i satelliti, rendendoli capaci di danneggiare gli oggetti circostanti e, in extremis, colpire la superficie terrestre direttamente dall’orbita.

La presenza di armi satellitari e antisatellitari è da anni discussa con insistenza. Da che mondo è mondo, le principali tecnologie utilizzate in campo civile hanno sempre posseduto un discreto retroscena militare. Nel 2019, fu lo stesso Trump a parlare di spazio come “nuovo dominio operativo”, durante il discorso di inaugurazione della US Space Force, appositamente costituita per contrastare la russa Kormičeskie vojska e la cinese Zhànlüè zhīyuán bùduì. Oggi, da docili strumenti di comunicazione i satelliti potrebbero trasformarsi in qualcosa di più pericoloso.  Ecco in che cosa consistono le tecnologie ASAT.

La frontiera dello space warfare – secondo la terminologia NATO – prevede l’utilizzo di sistemi differenti. I più utilizzati sono i missili antisatellitari, di cui oggi solo quattro paesi ne possiedono le capacità: Stati Uniti, Russia, Cina (dal 2007) e India (dal 2019). Il Cremlino per esempio abbatte satelliti in via sperimentale da decenni e fa affidamento sul nuovo sistema balistico A-235 PL-19 Nudol, dispiegato nella sola regione di Mosca e operativo da quest’anno. Lo scopo non è solo quello di creare una gigantesca “Iron Dome” per contrastare eventuali attacchi nucleari, ma anche colpire satelliti avversari o altri veicoli spaziali schierati in orbita bassa, lanciando i vettori da Terra o, potenzialmente, da aerei e sottomarini.

Oltre ai missili ASAT, le rispettive camere dei bottoni contemplano opzioni molto più numerose. Alcuni satelliti possiedono infatti una funzionalità dual use – civile e militare – in quanto possono essere armati con sistemi ad energia cinetica per operare direttamente in orbita. L’esempio del Kosmos è eloquente, avendo dimostrato di poter colpire gli obiettivi circostanti scagliando oggetti di piccole dimensioni. Ma i satelliti possono anche essere sfruttati come “kamikaze”. Nel maggio 2014, il tenente generale dell’aeronautica statunitense David Buck, mentre monitorava il lancio di un satellite russo, si rese conto che uno dei detriti prodotti dalla separazione dell’ultimo stadio in orbita aveva cominciato a muoversi in una direzione differente rispetto alla sua traiettoria. Successivamente, i vertici USA affermarono come in realtà quel detrito fosse un piccolo satellite.  

L’uso dei micro satelliti come arma satellitare è sempre stato nel mirino delle principali superpotenze. Nel 2008 un piccolo satellite cinese, il BX-1, sfiorò di pochi metri la Stazione spaziale internazionale, destando non poche preoccupazioni tra i vertici USA. Qualsiasi oggetto in orbita, infatti, può essere manovrato a distanza per ingaggiare un bersaglio, schiantarvisi contro e farlo a pezzi. Una soluzione poco sensata se ci pensiamo, visto che fare a pezzi un satellite significa produrre centinaia di frammenti, innescando un effetto a catena che rischia di danneggiare anche le infrastrutture di chi ha voluto scagliare la prima pietra.  

Non a caso, gli strumenti più efficienti sono quelli a energia diretta. Alcuni satelliti, per esempio, possono essere equipaggiati con sistemi a radiofrequenze – spesso microonde – pensate per neutralizzare i satelliti bersaglio. In questo caso, è necessario che il satellite si avvicini a sufficienza verso l’obiettivo per colpirlo con una serie di impulsi elettromagnetici. Sono i cosiddetti “kidnappers satellites”: il satellite si avvicina al bersaglio per disattivarlo, danneggiarlo o carpire le informazioni che vengono trasmesse, specie se si tratta di un’apparecchiatura militare. Secondo il Pentagono, molti sono i casi di satelliti russi deliberatamente diretti verso quelli statunitensi, spesso appartenenti alle loro forze armate, con lo scopo primario di sottrarre informazioni sensibili intercettandone le comunicazioni. 

E non è finita. Tra le armi ad energia diretta più rinomate troviamo la tecnologia laser. Nonostante ne esistano pochi prototipi, gli Stati Uniti stanno accelerando la ricerca sulle armi laser ad alta potenza, da equipaggiare su navi e aerei. Washington testa questi strumenti da anni per aumentarne voltaggio e precisione. Basti pensare che, dagli attuali 150, l’esercito americano punta a superare la soglia dei 500 kW entro il 2024; per fornire un metro di paragone, il sistema Athena testato nel 2015 dalla Lockheed Martin era in grado di sciogliere come burro il cofano di un pick-up a circa 2 km di distanza, con soli 30 kW. Inoltre, un rapporto pubblicato nel giugno 2020 dal Non Proliferation Policy Education Center afferma come ci siano diversi tipi di armi laser. Si passa da quelle più potenti al plasma, a un fascio di luce più debole, pensato per neutralizzare il bersaglio rendendolo comunque riutilizzabile.  

Molte potenze mondiali stanno testando i sistemi laser, come il russo Peresvet e il cinese Silent Hunter. Si tratta di sistemi ancora sperimentali, che verrebbero principalmente utilizzati al posto dei più costosi missili, ma con una potenza di gran lunga superiore. Tuttavia, una volta raggiunto uno stadio avanzato nello sviluppo, le armi laser potrebbero persino essere declinate in un’ottica ASAT. In un rapporto del 2019, il Pentagono parla di “space-based defence system” come strumento di difesa molto più efficiente per la deterrenza nucleare e missilistica, rievocando la narrazione reaganiana della Strategic Defence Initiative, apparentemente mai sviluppata per i costi esagerati ma comunque mai accantonata.

Infatti, per adesso gli ASAT sono soltanto on the ground, installati a Terra. Ma ciò non toglie che un giorno possano essere installati dei sistemi d’arma direttamente sui satelliti stessi, in funzione della deterrenza, specialmente alla luce dei ripetuti test orbitali effettuati da Mosca e dai continui perfezionamenti da parte di molte altre potenze mondiali su questo tipo di strumenti. E, come al solito, il diritto internazionale non può fare molto. I trattati non vincolano in alcun modo il test o l’armamento dei satelliti, essendo obsoleti e appartenenti a un’epoca diversa dalla nostra. Il mondo deve agire adesso se vuole vincolare la ricerca scientifica a fini esclusivamente civili, perché la tecnologia ASAT rappresenta uno degli embrioni su cui si svilupperà la corsa allo spazio di questo secolo. Forse millennio, se ci arriveremo.

A cura di Umberto Merlino

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