“Justice has been done”: chi era il “Public Enemy Number One”

Robert Fisk, il primo giornalista occidentale ad intervistare Osama Bin Laden, nella prima delle tre interviste pubblicate dal The Independent, nel 1993, 1996 e 1997, scrisse che “con i suoi zigomi alti, gli occhi stretti e la lunga veste marrone, Mr Bin Laden ha l’aria del guerriero di montagna della leggenda dei mujaheddin. Bambini giubilanti danzavano di fronte a lui, i predicatori riconoscevano la sua saggezza”. Una figura leggendaria per i suoi seguaci ed un incubo per il resto del mondo, Bin Laden ha lasciato sul grande libro della Storia una firma indelebile scritta con il sangue di migliaia di innocenti.

Qual è la sua storia?

Osama bin Laden nacque a Riyadh, in Arabia Saudita, nel 1957. Suo padre fu un magnate delle costruzioni, in stretti rapporti con la famiglia reale saudita. Il giovane Osama visse un’infanzia privilegiata. Studiò a Jeddah, si sposò giovane e, come molti uomini sauditi, si unì ai Fratelli Musulmani. Per Bin Laden, l’Islam era più di una semplice religione e plasmò le sue convinzioni politiche. All’università divenne un seguace di Abdullah Azzam, sostenitore della creazione di uno stato islamico universale attraverso la lotta armata. L’idea attecchì nel giovane Bin Laden, risentito della crescente influenza occidentale sulla vita mediorientale.

Nel 1979, le truppe sovietiche invasero l’Afghanistan, dove Azzam e Bin Laden si recarono per unirsi alla resistenza e usare le loro vaste connessioni per ottenere sostegno finanziario per i mujaheddin. Nel 1984 concentrarono le loro attività tra Afghanistan e Pakistan, dove si occuparono principalmente di reclutare e organizzare volontari arabi per combattere l’occupazione sovietica. La loro organizzazione, chiamata Maktab al-Khidamat, fungeva da rete di reclutamento globale (con uffici presenti anche negli USA) e forniva ai soldati migranti, conosciuti come “arabi afghani“, addestramento e rifornimenti.

Nel 1988, ispirato dal database sul quale erano elencati i nomi dei volontari per la guerra afghana, Bin Laden fondò una nuova rete militante chiamata al Qaeda che avrebbe abbandonato la guerra tradizionale optando per il simbolismo del terrorismo.
Dopo il ritiro dei sovietici dall’Afghanistan nel 1989, Bin Laden tornò in Arabia Saudita. Tuttavia, la famiglia reale saudita, filo-occidentale, rinnegava la retorica pan-islamista di Bin Laden e cercò di emarginarlo. Rifiutarono la sua offerta di stanziare “arabi afghani” a guardia del confine del Regno dopo che l’Iraq invase il Kuwait nel 1990 e, anzi, cercarono aiuto negli Stati Uniti. L’affronto dell’aver permesso agli infedeli americani di calcare il suolo dei luoghi sacri dell’Islam fece infuriare Bin Laden, il quale, espulso dal Regno, si trasferì in Sudan.
Nel 1991 al Qaeda colpì per la prima volta facendo esplodere una bomba in un hotel di Aden che aveva ospitato truppe americane in viaggio per una missione di pace in Somalia. Seguirono numerosi attentati, organizzati direttamente da al Qaeda o apertamente sostenuti ed elogiati da Bin Laden quando compiuti da altri gruppi unitisi alla causa come nel caso dell’attentato al Word Trade Center di New York del 1993

Nel tentativo di sfuggire all’arresto ed allargare le fila di al Qaeda, nel 1996 bin Laden si trasferì in Afghanistan. Nel frattempo, gli attentati della sua organizzazione terroristica aumentavano in numero ed intensità. Quello stesso anno emise la prima fatwā (traducibile come “opinione religiosa”, il cui valore giuridico è direttamente proporzionale all’autorevolezza di chi la emana) dichiarando una guerra santa contro gli Stati Uniti, che accusava di saccheggiare le risorse naturali del mondo musulmano, di occupare la penisola araba, compresi i luoghi sacri dell’Islam, e di sostenere governi servili agli interessi statunitensi in Medio Oriente. Bin Laden puntava a coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra globale che avrebbe rovesciato l’ordine mondiale esistente e stabilito un unico stato islamico.
Il 7 agosto 1998, due bombe esplosero contemporaneamente nelle ambasciate statunitensi di Nairobi, in Kenya e Dar-es-Salaam, in Tanzania, uccidendo rispettivamente 213 e 11 persone.  

Nel 2001 Bin Laden colpì al cuore l’Occidente. La mattina dell’11 settembre quattro aerei di linea furono dirottati da 19 terroristi appartenenti ad al Qaida. Due furono fatti schiantare contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center di New York. Il terzo aereo fu fatto schiantare contro il Pentagono mentre il quarto aereo precipitò a seguito di una eroica rivolta dei passeggeri. Persero la vita 2977 persone. 

Nella frenesia della “guerra globale al terrore” a seguito dell’11/9 Bin Laden riuscì a sfuggire alla cattura per 10 anni, nascondendosi lì dove 30 anni prima diede inizio alla sua crociata contro l’Occidente. Nella notte tra il 1 e 2 maggio 2011, una squadra composta da Navy SEALs ed operatori paramilitari della CIA fece irruzione in un rifugio situato ad Abbottabad, Pakistan, dove si nascondeva Osama Bin Laden. L’operazione, denominata Neptune Spear, autorizzata dal presidente Barack Obama, pose fine al regno del terrore del “Public Enemy Number One” che venne ucciso durante il raid. Nell’arco di 38 minuti si concluse una caccia durata una decade.
Celebrati i riti funebri musulmani a bordo della portaerei statunitense Carl Vinson, il corpo di Bin Laden venne “sepolto” al largo del Mar Arabico in quanto, stando alle autorità statunitensi, nessuno ne avrebbe accettato le spoglie. “Justice has been done”.

A cura di Piercarlo Ghossoub

Immagine: via History.com

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