Libia: Gheddafi ed il miraggio della Jamahiriya Araba Libica Popolare

Il 6 aprile il Presidente del Consiglio Mario Draghi si è recato a Tripoli per rinnovare i
rapporti di collaborazione tra Italia e Libia alla luce della recente stabilizzazione del paese.
Lo scorso marzo infatti, Abdul Hamid Dbeibah, il premier del governo transitorio libico che
ha il compito di portare la Libia alle elezioni a dicembre, ha prestato giuramento davanti al
parlamento a Tobruk. Al giuramento è seguita la consegna dei pieni poteri al nuovo
governo di Unità Nazionale da parte di Fayez al Sarray che ha di fatto posto fine al
governo di governo di Accordo Nazionale tripolino e al parallelo governo di Tobruk di
Abdallah al Thani.
Il compromesso politico, raggiunto sotto l’egida delle Nazioni Unite, dovrebbe porre fine
alla guerra civile che funesta la Libia da ormai 10 anni.
Infatti, le proteste nel mondo arabo che sorsero nel dicembre 2010 coinvolsero anche la
Libia. Nel marzo 2011 venne formato dalle forze dissidenti un Consiglio Nazionale di
Transizione
, con sede a Bengasi, che cominciò a coordinare le attività militari volte a
spodestare il Colonnello Mu’ammar Gheddafi, alla guida del paese da 42 anni. Nel 1969,
l’allora Capitano Gheddafi, fu uno dei protagonisti del golpe che portò alla fine della
monarchia e alla creazione di una repubblica, che di fatto ne portava solo il nome, guidata
da un Consiglio del Comando della Rivoluzione.


Dal punto di vista politico, infatti, il Consiglio rivoluzionario istituì l’Islam come religione di
Stato e abolì le istituzioni legislative monarchiche, accentrando così nel suo direttorato sia
il potere legislativo che quello esecutivo. Di lì a poco, Gheddafi avrebbe sfruttato l’instabile
equilibrio post rivoluzionario per far pendere a suo favore l’ago della bilancia. In pochi anni
Gheddafi ricoprì ruoli apicali nella neonata repubblica libica, occupando lo scranno del
Primo Ministro, per poi passare a quello della Difesa, per accomodarsi infine sulla poltrona
degli Esteri. La gestione degli affari esteri del Paese consentì al Colonnello di promuovere
la sua leadership ai paesi arabi e a gettare così le fondamenta del suo regime personale.
Fu promotore di un’ideologia pan-araba sul modello nasseriano che portò alla creazione
del cartello economico dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Organization
of the Petroleum Exporting Countries – OPEC).


Allo stesso tempo, puntellò le neonate istituzioni rivoluzionarie cucendo loro addosso un
vestito avente le sue misure. Vennero creati in tutto il paese dei comitati popolari che
avrebbero dovuto ispirare un fervore rivoluzionario nella popolazione. Attraverso i comitati
venne promossa la partecipazione dei cittadini alla gestione degli affari politici a livello
locale, instillando nella mente della popolazione l’ideologia socialista rivoluzionaria pan-
araba del governo. Nel 1977, il Congresso del popolo, organo di rappresentanza popolare
che sostituì il Consiglio rivoluzionario, adottò una dichiarazione sulla base della quale la
Repubblica libica diveniva la Jamahiriya (Stato delle masse) Araba Libica Popolare,
plasmata sui dettami contenuti nel Libro Verde del Colonnello, fregiatosi del titolo di
Segretario generale del Congresso del Popolo.
Consolidato il potere nelle proprie mani, Gheddafi si preoccupò quindi di arrivare ai cuori e
alle menti dei libici, cercando di riunire sotto un’unica bandiera le tre identità che
caratterizzavano e caratterizzano ancora oggi la realtà libica: l’identità nazionale, l’identità
regionale
e l’identità etnico-tribale. La Libia si compone infatti di tre aree geografiche che
per popolazione, posizione e cultura hanno caratteristiche differenti. A Sud vi è la regione
del Fezzan, legata soprattutto all’area subsahariana; a Nord vi è la Tripolitania, esposta al
mondo mediterraneo ed europeo; infine ad Est vi è la Cirenaica, l’area in cui vi sono i
principali giacimenti di idrocarburi, influenzata politicamente a culturalmente dal confinante
Egitto. Queste identità erano state faticosamente unite dal colonialismo italiano che, in
seguito, contribuì a creare un forte sentimento anticoloniale sul quale Gheddafi basò la
creazione di un sentimento di unità nazionale. Un sentimento che nei piani del Colonnello
avrebbe dovuto annullare le differenze regionali e conseguentemente quelle clanico-tribali.
Il modo più semplice per arrivare alla mente delle persone è riempire loro la pancia.
Gheddafi lo capì immediatamente e sfruttò i proventi della vendita del petrolio per portare a compimento il suo disegno. Ciò fece della Libia un rentier state, ovvero uno stato che
basa la propria rendita esclusivamente sull’esportazione di idrocarburi.

Tale aspetto non ha solamente un’implicazione economica, ma ha anche delle conseguenze sul piano
sociale, stabilendo un particolare patto tra chi governa e chi è governato in cui i primi non
richiedono fondamentalmente il pagamento di tasse ma, allo stesso tempo, non ritengono
necessario garantire alcuna rappresentatività. Il costrutto statale della Jamahiriya e i suoi
comitati popolari, di cui la retorica di Gheddafi tanto si vantava quali strumenti di
democrazia diretta, in realtà non erano altro che strumenti per la gestione del potere.
Bisognava far credere al popolo di esser in grado di poter esprimere la propria voce,
concedendogli quel minimo indispensabile per tenerlo mansueto. Il sistema paternalistico
adottato dal Colonnello funzionò per oltre 40 anni, fino a quando nel 2011, le divergenze
locali esacerbate dalle influenze esterne, lo hanno portato al collasso, culminando in un
“parricidio” il 20 ottobre dello stesso anno. Con la morte di Gheddafi la Libia piombò nel
caos, contesa da una moltitudine di attori interni provenienti dai differenti contesti regionali
e culturali di cui si è accennato in precedenza.


Alla caotica situazione interna si pensò erroneamente di provvedere dall’esterno.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconobbe come governo legittimo della Libia il
nuovo esecutivo guidato dai ribelli tripolini e venne costituito il Consiglio Nazionale di
Transizione
(Cnt), incaricato di traghettare il paese verso la stabilità. Il Cnt venne sostituito
dal Congresso Nazionale Generale (Cng) che ebbe l’onere di elaborare un nuovo testo
costituzionale e nominare un nuovo governo. Il processo di pacificazione non andò
secondo il piano previsto dalle NU e il perdurare degli scontri tra le forze lealiste del
precedente regime e le ricostituite forze armate libiche aggiunse instabilità a un quadro
politico già di per sé precario.
Le elezioni parlamentari tenutesi nel giungo del 2014 sancirono la vittoria delle forze laiche
e federaliste libiche. Le componenti islamiste, incapaci di accettare il risultato, si
compattarono nel Nuovo Congresso Nazionale Generale stabilendosi a Tripoli, mentre il
parlamento legittimamente eletto e il suo primo ministro Abdullah al Thani si stabilirono a
Tobruk.


A complicare ulteriormente la situazione libica contribuì l’avanzata territoriale dello Stato
Islamico. Le progressive conquiste e la crescente minaccia di Daesh chiamarono in causa
la figura del Generale Khalifa Haftar, il quale in nome della lotta al terrorismo islamico si
propose come unico interlocutore con la comunità internazionale ed unico garante di
stabilità interna. La sua comparsa non fece altro che aumentare l’incertezza e l’instabilità.
Ciò spinse le NU a proporre la creazione di un nuovo Governo di Unità Nazionale che
favorisse la definitiva stabilizzazione del paese e si impegnasse nella lotta al terrorismo
islamico. Il primo ministro incaricato, il tripolino Fayez al Sarraj, nonostante i numerosi
tentativi di formazione di un nuovo governo, facilitati dal riconoscimento formale della
comunità internazionale del governo tripolino come unico rappresentate legittimo in Libia,
fallì nel suo compito. La compresenza di due parlamenti, a Tripoli e a Tobruk, e una
frammentazione territoriale dovuta alla presenza di una miriade di milizie armate, tra le
quali l’Esercito Nazionale Libico di Haftar rappresenta la forza preponderante, hanno
continuato a precludere alla Libia il raggiungimento dell’agognata stabilità.
Un ulteriore fattore di instabilità è stata la progressiva internazionalizzazione del conflitto.
Potenze regionali come gli Emirati Arabi Uniti ed Egitto, sostenitori delle forze laiche di
Tobruk ed Haftar, e Turchia e Qatar, che appoggiano le componenti islamiste del conflitto,
oltre ad attori esterni coma la Russia, hanno incrementato il loro supporto diplomatico e
militare nei confronti dei loro rispettivi protetti, trasformando la Libia in uno scenario di
guerra per procura in cui le NU e l’Unione europea continuano ad essere incapaci di
incidere significativamente sul decorso del conflitto.


Negli ultimi mesi, i tentativi di raggiungere un compromesso politico sembrano finalmente
aver avuto successo. Come detto, nel mese di marzo 2021, gli esecutivi tripolino e cirenaico hanno appoggiato la nomina di un governo di transizione guidato da Dbeibah,
lasciando filtrare un’aria di ottimismo circa la risoluzione della crisi libica. L’obiettivo del
nuovo esecutivo è quello di unire la nazione e guidarla verso le nuove elezioni previste per
dicembre 2021. Sebbene questo avvenimento rappresenti un significativo passo in avanti verso la tanto agognata stabilità, appare evidente che senza un compromesso tra gli attori
esterni coinvolti nel conflitto, qualsiasi accordo a lungo termine sarà complicato da
raggiungere. In questo contesto, la recente visita del premier Draghi lancia un segnale
inequivocabile a tutte le parti in gioco: l’Italia non è più intenzionata a stare a guardare. È
un messaggio che speriamo possa concretizzarsi presto, per rilanciare l’Italia a livello
diplomatico e geopolitico, in un’area delicata e dalla crescente importanza strategica e
geoeconomica come quella della sponda sud del Mediterraneo e non solo.


In che modo? Lo scopriremo nel prossimo articolo.

Piercarlo Ghossoub

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