Dittatura del POLITICALLY CORRECT: cos’è? Come funziona? Esiste?

Per dittatura del politicamente corretto si intende la credenza condivisa – nelle società democratiche occidentali – che, attualmente, la libertà di espressione sia fortemente limitata a causa di un’eccessiva e fastidiosa enfasi sul rispetto formale nei confronti di determinati individui o gruppi di persone. Non necessariamente chi sostiene l’ipotesi della dittatura si fa portatore di idee discriminatorie, ma il pensiero che inconsapevolmente si cela all’ombra di una teoria simile è un retaggio razzista, sessista e omofobo. Vediamo perché. 

POLITICALLY CORRECT E BLACK HUMOR

L’essere umano interagisce con i suoi simili tramite il corpo e la mente. Tutto ciò che riguarda il corpo comporta un’azione fisica, un movimento. Per quanto concerne la mente, quest’ultima opera tramite il pensiero, che viene articolato con le parole e il linguaggio. Ne consegue che, se la discriminazione è un pregiudizio, una svalutazione o un’offesa, essa può essere perpetrata sia fisicamente che verbalmente. Prendiamo come esempio gli insulti – un tempo socialmente accettati – nei confronti di afroamericani e omosessuali nel contesto americano, dove anche in numerose opere cinematografiche hollywoodiane è facile ritrovare parole gergali come nigger (negro) e faggot (frocio). L’inversione di tendenza avviene alla fine degli anni ‘80 con la nascita del movimento studentesco d’ispirazione liberale e multiculturalista ‘Politically Correct’, che si proponeva di abbattere l’oppressione delle minoranze partendo dall’eliminazione di categorie verbali ritenute pesantemente discriminatorie. In questo modo, termini con connotazioni offensive come ‘nigger’ o ‘faggot’ vengono sostituiti da ‘afro-american’ e ‘gay’. Con il passare del tempo, la locuzione ‘politically correct’ è arrivata a indicare una specifica impostazione di pensiero e un atteggiamento sociale volti all’estrema attenzione del rispetto formale nei confronti di determinate categorie di persone. Qualsiasi espressione, idea o condotta che vada in contrasto con il ‘politically correct’ viene definita, per contro, politicamente scorretta. 

Tutti noi abbiamo dei bias cognitivi (pregiudizi, inclinazioni) riguardo alle questioni che concernono la nostra vita e, più in generale, l’ambiente che ci circonda. È più facile rendersi conto di questi pregiudizi se ci vengono sbattuti in faccia ed è di questo che si occupa il black humor, un particolare tipo di satira che tratta di eventi o argomenti generalmente considerati molto seri o addirittura tabù (guerra, morte, diversità culturale et cetera). L’obiettivo primario dell’umorismo nero è quello di far luce sui lati più oscuri della mente umana, sui pregiudizi nascosti che ognuno di noi ha e che spesso non sa di avere. Anche uno stand-up comedian – letteralmente, un cabarettista che si esibisce in piedi – può contribuire alla lotta all’abbattimento delle discriminazioni: ridendo delle offese, disvelandone le basi ideologiche e posizionandosi politicamente in maniera più o meno esplicita. Tuttavia, per colpa della dittatura in atto, anche lo scherzo sarebbe vietato. 

IL PUNTO DI FRATTURA

L’idea di dittatura del politicamente corretto è prettamente occidentale. Chi sostiene questa teoria è – in linea di massima – bianco, si riconosce nei valori cristiani e gode dei benefici del sistema economico di stampo capitalista. Perché? Come già detto, tutti noi abbiamo dei bias che ci portano a considerare la realtà in modi specifici e assolutamente diversi da chiunque altro. La principale percezione della maggioranza della popolazione è che uomini e donne occidentali vivano in delle società prossime alla perfezione che – per via delle proprie carte costituzionali – sono prive di ogni discriminazione o pregiudizio nei confronti delle minoranze. L’errore logico sta nel credere che la legge sia qualcosa di divino e inevitabile, quando essa, in realtà, non può modellare a fondo il pensiero dei singoli individui. L’idea della dittatura deriva dall’atteggiamento tenuto da particolari settori o ambiti sociali (politica, cinematografia, editoria et cetera) nei confronti di determinati gruppi di individui, soprattutto dopo la morte di George Perry Floyd, avvenuta nel maggio 2020. Sebbene le conseguenti proteste portate avanti dal movimento antirazzista Black Lives Matter (che si batte dal 2013 contro l’abuso di potere da parte delle forze di polizia americane nei confronti della popolazione afroamericana) abbiano sensibilizzato l’opinione pubblica, parte di quest’ultima si è schierata contro le esagerazioni e la violenza delle stesse manifestazioni. È pensiero condiviso dagli oppositori del Black Lives Matter che tali proteste siano state sproporzionate e che il Democratic Party e le multinazionali si siano apertamente ‘’inchinate’’ al movimento. 

CINEMA E STATUE

Per linguaggio si intende la facoltà dell’uomo di comunicare. Conseguentemente, definiamo linguaggio anche l’arte in ogni sua forma. Pensiero già covato da larga parte dei cinefili contemporanei è che il politicamente corretto stia intaccando le opere cinematografiche. Nel corso del 2020 molte case cinematografiche, come la Disney, hanno deciso di aggiungere in alcuni dei propri film – prima dei titoli di testa – un disclaimer (dichiarazione di esclusione di responsabilità) che mette in guardia lo spettatore dalla presenza di possibili stereotipi razzisti, sessisti o omofobi presenti all’interno della pellicola. Ancora, sono recenti le notizie riguardo ad un futuro film su Anne Boleyn – moglie del re inglese Enrico VIII – che vede la presenza di una protagonista nera anziché bianca; la censura da parte di una rete spagnola dell’anime Dragon Ball, ritenuto sessista; l’annuncio da parte degli autori di House of the Dragon – spin-off della famosa serie tv Game of Thrones – dell’assenza di scene che includano violenza contro le donne. In sostanza, il politicamente corretto starebbe limitando la creatività e la libertà di espressione di registi e autori. 

L’esplosività delle proteste del Black Lives Matter ha portato ad azioni dimostrative molto significative, come l’abbattimento o la decapitazione delle statue erette in onore di Cristoforo Colombo a St.Paul, Richmond e Boston, prendendo inoltre di mira monumenti che simboleggiano la white supremacy. Anche in Europa si è assistito a scene simili: a Londra, le autorità hanno rimosso la statua di Robert Milligan, commerciante di schiavi scozzese vissuto nel XVIII secolo; in Belgio, i manifestanti hanno deturpato una serie di monumenti equestri di Leopoldo II che, dal 1885 al 1908, impose un regime di terrore in Congo; a Parigi, numerose statue di personaggi come Voltaire o l’amministratore coloniale Hubert Lyautey sono state imbrattate, stessa sorte toccata alla scultura del giornalista Indro Montanelli a Milano. Ciò che viene contestato a tali opere è la malcelata celebrazione di personaggi che non rispecchiano minimamente i valori che, in teoria, le democrazie contemporanee dovrebbero incarnare. Per chi crede nella dittatura del politicamente corretto, questi fatti rappresentano un’evidenza della cancel culture, una forma di ostracismo dalla società che si tradurrebbe in una negazione volontaria della storia e della cultura europea.

REALTA’ ORWELLIANA

Ogni teoria che si rispetti trova ispirazione in personaggi illustri del passato. In questo caso, 1984 di George Orwell rappresenta una sorta di vangelo. Difatti, nel romanzo il noto scrittore inglese compie un’acuta disamina del totalitarismo di epoca nazista e sovietica, disdegnandone l’operato e mettendone a nudo le brutalità. Una realtà tutt’altro che utopica in cui un partito unico – il Fratello Maggiore (o Grande Fratello, nella traduzione italiana) – controlla ogni aspetto della società costringendo i cittadini a sottomettersi al pensiero dominante, fa da sfondo alla storia di Winston Smith, un semplice impiegato del Ministero della Verità. Quest’ultimo si occupa di controllare preventivamente le notizie e di bloccare ogni tipo di propaganda antigovernativa, riscrivendo gli avvenimenti storici. Winston si renderà conto di volere la libertà, e per questo motivo proverà a forzare le imposizioni del Fratello Maggiore. A ogni modo, 1984 tratta approfonditamente il tema della propaganda totalitaria, mettendo in guardia i posteri. Ciò che importa ai fini del nostro discorso è principalmente l’appendice del romanzo, che Orwell chiama I principi della neolingua. In 1984, la neolingua è un vocabolario composto unicamente da espressioni alternative tra loro (buono/cattivo, caldo/freddo et cetera), per mezzo del quale il Fratello Maggiore induce i cittadini a ragionare in termini semplicistici, escludendo ogni tipo di rielaborazione propria e affiliandoli subdolamente al pensiero dominante del partito unico. In breve, la neolingua sarebbe l’ideologia della classe dominante, imposta a tutto il resto della popolazione. Chiunque la pensi diversamente deve essere reindirizzato sui giusti binari, affinché il Fratello Maggiore non possa essere messo in discussione. Questo discorso è musica per le orecchie dei sostenitori della dittatura del politicamente corretto: le autorità stanno facendo di tutto per silenziare la libertà di espressione degli individui, impedendo loro di esprimere la propria opinione. 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

Riassumendo i punti trattati fino ad ora nel nostro discorso, i teorizzatori della dittatura del politicamente corretto denunciano di non poter più esprimere liberamente il proprio pensiero, scherzare su determinati argomenti, fruire di prodotti cinematografici, vedendo la propria cultura lasciar spazio a un forzato multiculturalismo che mirerebbe, in realtà, ad abbattere i diritti della maggioranza bianca ed eterosessuale. Anche le grandi multinazionali si starebbero accodando alla dittatura, introducendo nelle loro campagne pubblicitarie riferimenti sempre maggiori alla lotta alle disuguaglianze. Si tratterebbe di ipocrisia, in quanto tali aziende sfrutterebbero le istanze delle minoranze unicamente per guadagnare di più. La realtà è ben diversa. Prendiamo in analisi la Costituzione italiana. Per l’articolo 21, chiunque ha diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Tuttavia, in base alla Legge Mancino del 1993 – che integra l’articolo 3 costituzionale sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge – i crimini d’odio sono perseguiti dalla legge. Cos’è un crimine d’odio? Un atto di violenza o incitazione alla violenza, fisica o verbale, perpetrato nei confronti di un individuo in base all’appartenenza a un gruppo individuato su base razziale, religiosa e sociale. Notizia di pochi giorni fa, il Ddl Zan, disegno di legge che si propone di combattere l’omotransfobia integrando la Legge Mancino, che purtroppo non punisce i crimini d’odio nei confronti della comunità lgbtqi+, è stato respinto in Senato dalla destra (FI, Lega e FdI) perché rappresenterebbe un chiaro argine alla libertà di espressione e un segnale di volontà di ‘’imposizione del pensiero unico’’. 

PERCHE’ LA DITTATURA DEL POLITICAMENTE CORRETTO NON ESISTE

Riuniamo i pezzi del puzzle e sfatiamo punto per punto questo mito. 

Innanzitutto, per dittatura si intende l’opposto della democrazia, ovvero il potere concentrato nelle mani di un singolo organo governativo che svolge da sé funzione esecutiva, legislativa e giudiziaria. Le opposizioni vengono sistematicamente messe a tacere, non esistono elezioni regolari e la stampa è tenuta sotto controllo. Se ci riferiamo alle democrazie nordamericane e dell’Europa centro-occidentale, le aree geografiche in cui si parla di dittatura del politicamente corretto, un sistema repressivo di questo tipo è totalmente inesistente. 

Abbiamo già affermato come l’essere umano si relazioni con i suoi simili tramite movimento fisico e linguaggio (verbale o artistico che sia). Il Diritto tutela la dignità degli individui, permettendo loro di esprimere le proprie idee. Tuttavia, un’idea può essere pericolosa qualora miri ad abbattere il concetto di dignità. È per questo motivo che un cittadino verrebbe stigmatizzato, qualora si facesse portatore di idee razziste, omofobe o sessiste. Queste ultime esistono ancora, non possono essere socialmente accettate e derivano in gran parte dai già citati bias cognitivi. 

‘’Non si può più scherzare’’. Il black humor esiste proprio per combattere determinati pregiudizi e – sebbene possa risultare sgradevole – mira a svelare i lati più oscuri del nostro subconscio: tutto ciò per cui potremmo odiare noi stessi, con l’obiettivo di riflettere sulle nostre idee. Questo tipo di satira ruota su discorsi e monologhi ben congegnati e finemente studiati. Dire ‘’finocchio’’ a un omosessuale, dare del ‘’negro’’ a un africano, chiamare ‘’puttana’’ una donna non è umorismo, ma semplice riproduzione di un pensiero che alla base è storicamente omofobo, razzista e sessista. Ecco perché il Ddl Zan non è una limitazione della libertà di espressione: offendere non è libertà di espressione, ma libertà di ferire. 

‘’Erano altri tempi’’. Questa è una frase senza senso, perché le idee sono a prova di invecchiamento. Inserire un disclaimer all’inizio di un film significa semplicemente far notare qualcosa che sarà presente all’interno della pellicola. Nessun diritto leso, nessun regista artisticamente ferito, la fruibilità rimane la stessa. Se la popolazione è composta anche da persone nere, omosessuali e transessuali, non si capisce perché queste ultime non abbiano diritto a essere rappresentate come accade per le persone bianche ed eterosessuali. Per di più, se Gesù – che è un personaggio storico – è stato raffigurato più e più volte come un uomo bianco, perché Anne Boleyn non può essere interpretata da un’attrice nera? Non è un mistero che i servizi di streaming (Netflix, Amazon Prime Video et cetera) e le multinazionali marcino sul fenomeno e spesso si schierino dalla parte delle minoranze per incrementare i loro profitti. Tutto questo lede la libertà d’espressione del resto della popolazione? No. 

‘’Damnatio memoriae’’. Non è in atto alcun attacco alla cultura occidentale. La deturpazione o l’abbattimento dei monumenti è sì un atto di vandalismo, ma soprattutto una presa di posizione, così come lo è erigere una statua ed esporla in pubblica piazza. Costruire un monumento significa cristallizzare dei valori e considerare le azioni di un individuo in base alla loro grandezza. Cristoforo Colombo fu un grande navigatore, ma anche un colonialista e, se volessimo essere onesti, con la Storia valuteremmo la sua figura da tutti i punti di vista. 

‘’Orwell aveva predetto tutto’’. Decisamente sì. C’è una caratteristica in particolare – della dittatura del Fratello Maggiore – dalla quale lo scrittore inglese vuole metterci in guardia: l’immobilismo politico. In 1984, il regime del partito unico ha raggiunto un punto in cui la sua propaganda è inattaccabile e le persone vivono come se essa non esistesse, tanto vi sono invischiate. Nessuno si sognerebbe di ribaltare l’ordine costituito, se non dei dissidenti come Winston Smith. Quando si sente attaccato, il Fratello Maggiore punisce e mette in riga gli oppositori, ricordando loro chi è che domina: il rischio è che anche il minimo cambiamento possa far perdere al partito il controllo sulla società. Ci sembra di aver già sentito qualcosa del genere nel nostro discorso: un gruppo di individui che si sente attaccato semplicemente perché altre persone – che fino a pochi decenni fa sono state oppresse – chiedono di avere una dignità, di essere rappresentate, e di rivalutare assunti per troppo tempo considerati inattaccabili. 

Chi è il dittatore, ora?

Jacopo Turco

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