Siria: un bilancio a dieci anni dall’inizio della guerra civile

Scrivere qualcosa sulla Siria è complicato, figurarsi un bilancio a 10 anni dall’inizio del conflitto cosa rischia di rappresentare. Mi scuso in precedenza con il lettore qualora si presentino lungo l’articolo delle inesattezze.
Comprendere il conflitto siriano ha la sua importanza qualora si volesse cercare di comprendere alcune tensioni che percorrono il mondo contemporaneo delle relazioni internazionali sia nel medio oriente, sia tra le grandi potenze.


Dopo dieci anni di conflitto il bilancio è tragico:
500 mila morti;
5,5 milioni di rifugiati;
6,7 milioni di sfollati.
Cerchiamo però un secondo di fare chiarezza rintracciando le origini di questo conflitto.

Alle origini della polveriera nel Medio Oriente

Sono tre gli ordini di ragioni che hanno reso nella storia il medio oriente una polveriera e questi tre ordini di ragioni possono anche aiutarci nella comprensione delle dinamiche del conflitto civile siriano; religione, territorio e risorse.
La Siria e tutto il medioriente sono abitati da popolazioni a maggioranza musulmana, ma la religione musulmana non è monolitica. L’Islam ha vissuto una scisma nel 632 d.c. per la successione di Maometto, questa discussione è ancora oggi aperta ed ancora oggi è un vento che soffia sulla geopolitica orientale e sulla Siria stessa.
Stiamo parlando del conflitto tra sciiti e sunniti.

I sunniti (letteralmente sostenitori della sunna), ritenevano che il nuovo leader dovesse essere scelto dalla comunità tutta, mentre gli sciiti attribuivano unicamente ai discendenti del profeta il diritto di prendere il comando del califfato, in quel caso il cugino Ali- da qui la dicitura Shiat Ali (partito di Ali).
Da questa iniziale divisione ne sono scaturite tante altre capaci di modificare profondamente il modo di intendere la religione ed il legame tra politica e religione stesso.
Al giorno d’oggi nel mondo musulmano la maggioranza dei fedeli sono sunniti (80%), ed è la comunità prevalente in quaranta paesi. Gli sciiti, dal canto loro, rappresentano il 15 % della popolazione musulmana e rappresentano la maggioranza della popolazione in Iran, Iraq, Bahrein, Azerbaigian e Libano.
Il livello territoriale ed il livello delle risorse sono concatenati e quando degenerano in conflitti riescono a trovare una motivazione ufficiale nelle motivazioni religiose.
Storicamente queste zone sono sempre state zone ricchissime di risorse naturali, come petrolio e gas naturale, le grandi potenze hanno rincorso queste risorse ricorrendo a divisioni arbitrarie durante l’età dell’imperialismo, non curandosi delle grandi differenziazioni etniche presenti.
La Siria è un esempio su tutti, essa nacque da un accordo nel 1916 tra il francese Picot e l’inglese Sykes.
Questa nascita ex nihil ha portato spesso i governanti a confrontarsi con profonde divisioni etniche, che si è tentato di superare con l’utilizzo del panarabismo come collante.

La frammentazione siriana

I tre quarti della popolazione siriana è musulmana sunnita, sono presenti alcune minoranze che ormai con il tempo abbiamo imparato a conoscere, come i curdi e gli alawiti.
I curdi costituiscono il 10 % della popolazione, e sono collocati principalmente nel nord del paese in una zona chiamata, appunto, Kurdistan Siriano, confinanti con altre zone di Turchia ed Iran dove sono presenti i curdi. I curdi sono un popolo senza stato, combattono da decenni per la creazione di una loro nazione come previsto dal Trattato di Sèvre, del 1920, ma ciò non trova il favore di alcuni stati vicini, come la Turchia.
Esiste una minoranza molto più potente in Siria che è quella degli alawiti. Gli alawiti rappresentano il 12 % della popolazione, una percentuale concentrata vicino al mare e nelle grandi città.
Questa minoranza detiene il potere dal 1970 quando, con un colpo di stato, il generale Hafiz al Assad, padre di Bashar, diede il via alla “rivoluzione correttiva”, che riuscì ad attuare con l’appoggio del partito bahatista.
L’ideologia Ba’hat è una commistione di istanze panarabiche, socialisteggianti e nazionalistiche ed è l’ideologia a cui si è riferita la famiglia Assad nel suo governo, prima con il padre Hafiz al Assad e poi con il figlio Bashar al Assad.

Come si è giunti al conflitto armato

Al conflitto armato si arrivò formalmente il 15 marzo 2011, in quegli anni le terre arabe erano attraversate da tutta quella serie di rivolte passate alla storia come le “primavere arabe”.
Durante questi movimenti di rivolta in molti paesi, come Tunisia, Libia ed Egitto, i regimi che reggevano i vari paesi da decenni furono rovesciati ed in Siria i cittadini iniziarono a tentare di emulare questi movimenti.
La situazione in Siria iniziò a diventare complicata dopo che Hafiz al-Assad aprì il paese ad alcune politiche di mercato, che andarono a favorì una fetta limitata di popolazione, molto vicina al “clan Assad”.
L’esasperazione della situazione si toccò tra il 2006 ed il 2011, momento in cui il paese fu investito da un’ondata di siccità capace di diminuire la produzione agricola in maniera importante.
I motivi che portarono le persone in piazza in Siria erano molteplici, oltre la siccità e una richiesta di aiuto, era forte la richiesta di inclusione nella vita pubblica, i centri del potere erano blindati intorno ad Assad ed al suo apparato repressivo, formato da varie agenzie di intelligence deputate alla repressione, inoltre i tassi di disoccupazione toccavano livelli importanti, il settore agricolo era particolarmente in affanno a causa della siccità e le rendite petrolifere erano in netto calo.

Il conflitto armato ed il ruolo dell’Isis

Inizialmente le rivolte non chiedevano ad Assad di farsi da parte, si auspicava una sorta di apertura riformistica in grado di poter modernizzare il paese.
Le rivolte avevano poco a fare con l’estremismo islamico, all’opposto erano di tipo laico e non violento. Andarono a costituirsi due organi, il Consiglio Nazionale Siriano e l’Esercito Siriano Libero, in cui inizialmente l’opposizione di Assad si riunì.
C’è un evento in particolare che ha segnato un punto di non ritorno nelle proteste siriane ed è legato alla figura di Ghiath Matar, detto ” piccolo Gandhi”: il giovane di appena 26 anni, era famoso per andare a viso aperto contro i carri armati regalando ai soldati rose ed acqua ricordando a tutti, ed anche a se stesso, il fatto di essere tutti essere siriani.
Questo fino al 6 settembre 2011, giorno in cui fu arrestato insieme ad altri attivisti. Dopo quattro giorni di torture fu ammazzato ed il suo cadavere lasciato davanti casa.

Ecco la minaccia che fede esplodere tutta la rabbia

In poco tempo il paese scivolò verso la guerra civile nel 2012 a causa delle dure repressioni del regime di Damasco, alle repressioni si aggiunsero i bombardamenti che colpirono anche le città maggiori come Damasco ed Aleppo.
Su tutta la guerra siriana aleggia poi un’ombra oscura: gli attacchi chimici da parte delle forze filogovernative.
Sin dagli anni settanta nel paese si provvide a sviluppare un armamento chimico come deterrente al nucleare israeliano, l’arsenale era ritenuto dai servizi segreti occidentali come il “più grande del mondo”. Si parla di 1.000 tonnellate di armi tra cui Yprite, Gas VX e Sarin, lungo questi anni l’ONU ha ricevuto 16 denunce di utilizzo di armi chimiche, in quattro casi è stata certificata la presenza del gas Sarin.
Proprio in seguito ad un attacco chimico nel settembre 2013 a Ghuta la crisi siriana divenne internazionale, creando spaccature importanti nello stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La Russia e la Cina si sono sempre poste a sostegno del governo di Assad, supportandolo anche militarmente mentre Stati Uniti, Francia e Regno Unito nel tempo hanno minacciato spesso di intervenire contro il governo, in occasione di questo conflitto si è utilizzato il termine di guerra per procura per i vari appoggi esterni (militari e logistici) avuti dalle varie forze in campo.
Tra le fila delle milizie ribelli un appoggio militare e finanziario provenne da stati a trazione sunnita, come l’Arabia Saudita ed il Qatar, e questi finanziamenti con il tempo andarono ad ingrossare il fronte islamista ormai in pieno scontro con l’ESL.
Il fronte islamista jihadista in poco tempo riuscì a mangiare terreno al fronte ribelle antigovernativo, riunendo poi tutte le forze islamiste sotto la bandiera del Fronte Al-Nusra, un fronte inizialmente affiliato ad Al Qaida in Siria, da cui poi si allontaneranno.
Tra il 2013 ed il 2014 avviene un evento cruciale: in Iraq il fronte Jihadista avanza grazie al malcontento sunnita presente in Iraq e si ricongiunge con le milizie jihadiste in Siria, che nel frattempo stavano sbancando nel Governatorato di Idlib.
Da qui nasce il famigerato Stato Islamico di Iraq e Siria, più noto tristemente come ISIS, nell’agosto 2014 questa organizzazione proclamerà la nascita del califfato nei territori da loro controllati.

Il 2015 è un anno chiave nella storia del conflitto siriano, Assad sembra sul punto di cedere alla pressione combinata dell’ESL e dell’Isis, ma ecco la svolta.
Per arginare l’avanzata dell’Isis entrano nel conflitto anche Stati Uniti, Israele ed alcune forze europee tra cui Francia e Russia.
Quest’ultima intervenne anche su richiesta di Assad nella sua personale guerra per mantenere il potere, insieme all’Iran.
Grazie a questo doppio intervento Assad riuscì a ribaltare le sorti del conflitto, nel 2016 ci fu la riconquista di Aleppo, anche se ad un prezzo altissimo di vite umane, sono molte le denunce di crimini di guerra che vedono come incriminata la coalizione russo-siriana durante l’offensiva per riprendere il controllo della Siria.

Verso la fine del 2018 Assad aveva sotto il suo controllo il 60 % della Siria, mentre il 25 % era in mano alle milizie curde supportate dagli americani, una pedina importante nel nostro racconto è proprio la popolazione curda e la loro guerra.

I Curdi e la loro guerra

Della situazione curda prima della guerra già in precedenza se ne è parlato, ora si andrà a parlare delle milizie Ypg (Unione di Protezione Popolare).Queste milizie vennero fondate nel 2004 ma il loro ruolo diventa fondamentale al momento delle ritirate dell’esercito governativo.
La lotta contro ISIS inizialmente è un assalto disperato, con armi e munizioni di fortuna, con il tempo iniziarono ad arrivare finanziamenti da stati esteri, come anche gli Usa.
Proprio grazie agli aiuti americani i curdi riuscirono a prendere di nuovo possesso del Kurdistan Siriano (o Rojava), precedentemente occupati da Isis, da qui la nascita delle Syrian Democratic Forces, includenti altre milizie di altre etnie.
Questo esercito tra il 2016 ed il 2017 ha rafforzato il controllo sul Rojava ed ha dato un apporto importante alla sconfitta dell’ISIS conquistando Raqqa, la capitale.
Man mano che i curdi hanno preso quota si sono trovati un grande ostacolo: la Turchia, la quale non ha mai voluto una qualunque formazione curda sul suolo turco.
In un primo momento l’azione turca si limitava unicamente a conquistare territori dell’ISIS vicini al Rojava, nel 2018 le truppe di Erdogan si mossero per conquistare Afrin, unico cantone in cui i curdi non erano supportati dagli Stati Uniti.

La Siria oggi

In questo momento Assad controlla gran parte del paese, nel nord-ovest è rimasta una sacca ribelle (ad Idlib), controllata indirettamente dalla Turchia; quest’ultima controlla direttamente una parte del nord.
Una seconda sacca ribelle è presente al confine con l’Iraq e si trova sotto il controllo americano. I curdi-siriani controllano l’est del paese, l’ISIS come stato non esiste più, esiste come organizzazione ancora in grado spesso di compiere attentati grazie anche alle cellule dormienti presenti in Europei.
Il processo di pacificazione del paese è molto lontano e pieno di ostacoli ed equilibri regionali complicati da intaccare, ma prima di tutto va affrontata una questione umanitaria importante, prioritaria.
La Siria è ormai un paese dilaniato da questi 10 anni di guerra: sono 13 milioni di siriani che richiedono assistenza umanitaria, il 90 % della popolazione vive in povertà, in 12,4 milioni vivono l’insicurezza alimentare.
Per anni abbiamo noi europei abbiamo girato il volto dall’altra parte, come siamo soliti fare, ma ora c’è da fare.
E da fare presto soprattutto.
Un tempo avevano la scusa della lontananza da questi posti per poter giustificare l’ignorare questi conflitti, ora non più.
Abbiamo mezzi digitali che ci permettono in tempo reale di sapere cosa succede dall’altra parte del mondo, dobbiamo sfruttare questo grande mezzo per sensibilizzare la comunità internazionale sull’urgenza della risoluzione di questa delicatissima situazione, ognuno nel proprio piccolo.
Ma non si può più restare indifferenti.

Giuseppe Sassano

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