Fatta l’Europa, è ora di fare gli europei?

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, i processi costituenti avviati all’interno dei vari Stati Europei svelarono un esistente bisogno di istituzioni aldilà dello Stato nazionale, aprendo così la strada ai diversi governi ad una dimensione internazionale. 

Nonostante le promettenti premesse, il processo di creazione di un’Europa oltre gli Stati ha visto l’alternarsi di momenti di grande fervore europeistico a periodi in cui l’entusiasmo sembrava scomparso anche all’interno delle stesse istituzioni europee. In seguito a decenni di integrazione, allargamenti, trattati e tentativi, anche riusciti, di costruzione di una base sempre più democratica dell’Unione Europea, sembra che quest’ultima sia ancora molto lontana dai suoi cittadini.

Gli Stati membri e le istituzioni delle comunità europee, prima, e dell’Unione Europea, poi, hanno mostrato una frequente incapacità nel trasmettere un sentimento di appartenenza e partecipazione al processo di integrazione ai propri cittadini. Ne è testimonianza principale la finale bocciatura del trattato costituzionale europeo del 2004 (Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa) proprio da parte del paese che ne aveva promosso la stesura, la Francia. Ad oggi, i dibattiti sulla stesura di una Costituzione europea sono assenti all’interno delle varie istituzioni, nonostante i testi costituzionali europei presentino diverse possibilità di sbocco a livello internazionale e pertanto non precluderebbero la via ad una maggiore integrazione.

Non è un segreto che questo processo di integrazione sia iniziato con prospettive e obiettivi più economici che politici e sociali, sia per necessità che per motivi pratici, ma la domanda ora è: i governi e, soprattutto, i popoli degli Stati membri sono finalmente pronti a mettere da parte gli interessi nazionali per portare avanti quelli di ordine sovrannazionale? Tuttora, la risposta lascia intravedere la distanza tra i cittadini e l’UE. 

La cittadinanza europea è sicuramente ritenuta molto utile nel momento in cui ci si trova di fronte alla necessità di viaggiare, trasferirsi o lavorare all’interno dell’Unione, eppure, alla domanda riguardo la propria nazionalità, in pochi si definirebbero europei prima o semplicemente oltre che cittadini del paese che ha dato loro la nazionalità. 

Le istituzioni europee sono percepite come troppo lontane dagli individui e i meccanismi di governo a livello comunitario troppo complessi. Inoltre, è stato necessario diverso tempo prima che i media si interessassero alle dinamiche europee, il ché ha avuto come conseguenza un elevato tasso di indifferenza tra gli europei circa le materie e gli ambiti di interesse sovrannazionale. L’Europa è rimasta per troppo tempo un argomento di nicchia, solo chi si occupava o interessava in modo particolare alla politica conosceva o si informava circa il suo funzionamento. 

Le comunità e l’Unione sono state pessime promotrici di loro stesse, all’inizio, più impegnate ad assicurarsi la fiducia degli Stati membri per poter concedere maggiore potere e libertà alle proprie istituzioni. I vertici dell’Europa hanno, infatti, a lungo rimandato la preparazione di un progetto mirato alla propagazione del sentimento europeistico, hanno costruito l’Europa, ma si sono “scordati” degli europei. 

Con il passare del tempo l’Europa è diventata più trasparente e i mass media le si sono avvicinati con sempre maggiore frequenza, anche come conseguenza dell’ampliamento degli ambiti di competenza dell’UE, che l’ha resa tema centrale delle notizie a livello internazionale. A testimonianza della presa di coscienza dell’Europa circa la sua scarsa democraticità e il basso consenso popolare di cui godeva, vi è per esempio il progressivo aumento dei poteri affidati al Parlamento europeo, sempre più simile ad un organo parlamentare statale. 

Inoltre, la gestione dell’emergenza COVID-19 ha dato all’Unione Europea un’occasione di maggiore visibilità all’interno della vita dei cittadini e, attraverso il “Next Generation EU” Recovery Plan, ha saputo mettere in risalto il legame e l’importanza del rispetto delle regole dell’Unione.

Infine, lo scorso 10 marzo, a Bruxelles, è arrivata la firma dei Presidenti del Parlamento (Sassoli) e Commissione (von der Leyen) e del Primo ministro portoghese, Costa, alla dichiarazione congiunta sulla Conferenza sul Futuro dell’Europa, la quale inizierà il 9 maggio 2021, con un anno di ritardo rispetto a quanto inizialmente proposto da Macron nel 2019.

Tale Conferenza ha lo scopo di avviare un processo di inclusione e partecipazione dei cittadini europei al futuro dell’Unione, che vedrebbe conferito al Parlamento Europeo un ruolo chiave all’interno della Conferenza, in quanto organo predisposto alla rappresentanza democratica, il quale, con l’attiva collaborazione della Commissione, promette un avvicinamento delle istituzioni ai cittadini, nella speranza di mettere in luce l’utilità dell’Unione Europea e creare una più ampia base di consenso.

La volontà che si cela dietro a questa Conferenza è quella di dare una possibilità concreta ai cittadini dell’UE di partecipare al processo di rinnovamento delle istituzioni europee tramite eventi e una piattaforma digitale multilingue, in pieno stile europeo. Tali iniziative potranno essere promosse da tutte le realtà della società europea: autorità dell’Unione, nazionali, regionali e locali, la società civile e altre organizzazioni, ma l’enfasi è sui giovani. La Commissione e il Parlamento si direbbero pronti ad ascoltare le voci dei figli dell’Europa.

Le persone devono essere al centro di tutte le nostre politiche. Il mio auspicio è pertanto che tutti i cittadini europei contribuiscano attivamente alla conferenza sul futuro dell’Europa e svolgano un ruolo di primo piano nel definire le priorità dell’Unione europea. Solo insieme possiamo costruire l’Unione di domani.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea

Dall’esperienza storica dell’unità d’Italia si impara come la creazione di un’entità statale ex novo (confederale nel caso dell’Unione europea) possa non andare pari passo con la nascita del sentimento nazionale, la quale può riscontrare ostacoli reali nelle differenze linguistiche, nelle diverse influenze culturali e nelle situazioni economiche particolarmente favorevoli in alcune aree e penalizzanti in altre. Queste differenze e quindi difficoltà, ovviamente, aumentano quando si esce dalla dimensione nazionale e si passa a quella internazionale dove agli interessi nazionali iniziano a concorrere quelli esteri. 

È il caso, forse, di rielaborare la citazione attribuita a Massimo d’Azeglio e affermare che “fatta l’Europa, bisogna fare gli europei”.

Beatrice Cimaroli

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