Il biennio che potrebbe cambiare la geografia di questo paese

Un anno fa, con violenza, tutti noi ci siamo ritrovati nel nuovo presente.

Un presente distopico fatto di contatti limitati a 2-3 persone fuori dalla famiglia per abbassare il rischio di contagio. Vita sociale azzerata. Milioni di persone davanti ad uno schermo da casa loro per lavorare o per seguire le lezioni. La normalità a misura anti-Covid ha portato a riflessioni ulteriori che caratterizzano il dibattito a tutti i livelli, dalla chiaccherata al bar al discorso di giuramento del nuovo presidente del consiglio, Mario Draghi.

Il filo conduttore è uno, il mondo non sarà più come prima.

Dobbiamo farcene una ragione ed iniziare a lavorare in una direzione diversa da quella solcata fino a marzo 2020. Alcuni fattori hanno reso questo il virus il più grande mutamento sociale degli ultimi anni, primo su tutti la velocità. La peste si sviluppò in Asia ed arrivò a Firenze dopo 20 anni. Da Wuhan a Codogno è passato un mese. Nel mondo contemporaneo un evento del genere non era minimamente messo in conto. Tutto questo ha assunto le sembianze di un cigno nero. Quell’evento più o meno improbabile che avviene in 1 universo parallelo su 750. Siamo tutti sconvolti da questi mesi, e sarebbe ingenuo da parte della classe dirigente pensare di dare risposte con gli stessi strumenti utilizzati finora per rispondere alle crisi che ciclicamente andavano presentandosi.

Serve ripensare il nostro modo di vivere, dalle piccole cose, alle cose più grandi, uno dei grandi cambiamenti che potrebbe investire la nostra società  riguarda il riequilibrio tra grandi città metropolitane ed aree interne.

Il ruolo delle aree interne nel mondo post-Covid.

Le aree interne hanno l’opportunità di rivivere una nuova vita per una serie di ragioni, una di queste è il ruolo che sta svolgendo lo Smart Working nell’evoluzione delle nostre società. Sempre più persone da un anno lavorano in questa modalità e molti amministratori di piccoli comuni hanno iniziato ad invitare i tanti Smart Worker a lavorare in questi borghi persi nel verde.

Uno dei tanti borghi che caratterizza l’Italia, Castelmezzano in Basilicata.

Abbiamo esempi del genere in Lunigiana, esiste poi lo smart village di Santa Flora, ed un tentativo del genere è stato compiuto anche a Latronico in Basilicata. Prima la crisi ambientale, la crisi sanitaria poi, hanno palesato la difficoltà a sostenere il tradizionale modello di sviluppo legato alle città. Le aree interne potrebbero vivere così un qualcosa di unico nella loro storia: potrebbero presentarsi come un luogo di opportunità del tutto nuove. Spesso vengono considerate zone di sottosviluppo, o come una fabbrica di cervelli in fuga da spremere nelle città  per poi tornare a fare i turisti per due settimane l’anno nei luoghi di nascita, ma le aree interne sono molto di più. Alcuni numeri possono aiutarci nel comprenderne l’importanza strategica, in Italia si possono classificare ben 5.863 comuni sotto i 5000 abitanti, addirittura il 93% dei comuni italiani è sotto i 20.000 abitanti. Le montagne italiane producono circa il 17% del PIL nazionale, ospitano tra i più importanti distretti produttivi del Paese, concorrono ad un segmento significativo del «Made in Italy» culturale ed ambientale. 

Cosa fare delle aree interne?

C’è tutto un lato nascosto della medaglia da conoscere prima di iniziare una qualunque discussione.

Prima di tutto i borghi si presentano come accomunati da disuguaglianze economiche, sociali e nella fruizione dei diritti che in altre parti del paese sono scontate: istruzione, sanità, servizi pubblici, mobilità e viabilità non sono presenti come in altre zone. Ok, va bene attrarre persone per flussi migratori di ritorno ma in alcune, forse troppe, zone interne, occorre innanzitutto cercare di colmare dei gap strutturali abbastanza importanti. I ragazzi, le famiglie, i figli, gli anziani, hanno bisogno di servizi, scuole e attività, insomma tutto quello che può trovare anche in una città. Altrimenti il gioco non vale la candela, e tanto vale rimanere in città in un appartamento.

Per dare nuova linfa a questi paesini servono connessione, servizi, qualificazione del patrimonio edilizio in abbandono e dei terreni adiacenti degradati. Tornare alla situazione precedente alla pandemia non sarà certo facile, e forse per molti risulterà poco conveniente. In questo anno si sono scoperte nuove forme di lavorative e di vita capaci di consentire una ottimizzazione dei costi ed un nuovo equilibrio tra vita privata e lavoro. Quello che all’inizio veniva ritenuto un fenomeno momentaneo, legato al primo lockdown e all’emergenza sanitaria di marzo ed aprile 2020, ora si sta prolungando. In molte università si sta proseguendo con la modalità a distanza o con modalità miste e posti molto limitati, il lavoro negli uffici spesso è ancora in Smart Working.

Dunque potrebbe risultare molto più producente tornare in posti dove lavorare/studiare comunque da dentro casa, ma in luoghi dove gli affitti costano di meno, ed in generale i costi della vita sono inferiori. Secondo una stima de Il Sole 24 Ore, negli ultimi 20 anni Milano ha guadagnato circa 100 mila residenti provenienti da altre regioni d’Italia, soprattutto dal mezzogiorno. Una buona parte di questi emigranti con la pandemia sono rientrati nelle terre di origine continuando a lavorare per le stesse aziende, ma non consumando più a Milano.

Negli anni il mezzogiorno ha perso l’80 % della popolazione perché molte città del nord hanno offerto possibilità lavorative maggiori rispetto al sud, causando non pochi danni economici ed affettivi a queste zone, questo dato in futuro potrebbe essere riscritto.

Per il National Bureau Research lo Smart Working cambierà il futuro del 40 % delle imprese, e può cambiare anche il volto di molte nazioni che hanno come punto di riferimento il settore terziario. Già precedentemente alla fase pandemica qualcosa verso un’ottica di ripopolamento dei borghi si stava muovendo, ma molto a rilento, come ogni cosa in Italia d’altronde. Un primo risultato importante si può dire raggiunto con la Legge 158/2017 per la valorizzazione dei Piccoli Comuni (“Legge Salva Borghi”). In questo provvedimento si è previsto tutto un pacchetto di misure finalizzate al recupero dei piccoli centri presenti sul territorio nazionale. Gran parte di queste terre sono terre popolate da poche anime rimaste sulle porte a guardare le pietre ed il sole nel silenzio dei vicoli. Nelle intenzioni della “Legge Salva-Borghi” non si parla del classico assistenzialismo che ha caratterizzato molti interventi rivolti ai piccoli borghi: innovazione e valorizzazione attiva sono i due capisaldi da cui partire. Le risorse stanziate da questo provvedimento ammontano a 100 milioni di euro. Questi fondi sono destinati al finanziamento di investimenti a tutela di settori chiave come ambiente, patrimonio culturale e artistico, mitigazione del rischio idrogeologico, salvaguardia e riqualificazione urbana dei centri storici e alla promozione dello sviluppo economico e sociale. Il quadro di sfondo è sempre quello della sostenibilità ambientale.

Oltre la Legge Salva Borghi, una nuova leva importante per le aree interne potrebbe provenire dal Recovery Fund.

I rinomati aiuti provenienti dall’Unione Europea per aiutare gli stati nel momento post emergenziale in parte sono destinati proprio alla digitalizzazione. La digitalizzazione è un punto fondamentale per mettere in atto una rivoluzione in territori soggetti ad un digital divide che negli anni potrebbe creare un abisso ancora più grande tra i vari territori. In questi borghi si potrebbe ritrovare un giusto riequilibrio tra l’approccio smart, digitale e veloce che andrà a permeare il mondo del lavoro nei prossimi anni, con la stile di vita slow che caratterizza questi borghi. Questo tratto ci aiuta comprendere l’errore spesso compiuto dalle forze politiche del nostro paese, cercare di ricoprire prima il gap con le zone più industrializzate per poi partire tutti insieme, un approccio che è profondamente sbagliato per un semplice ordine di motivo. 150 anni di disuguaglianza e sviluppo ineguale non potranno mai ricucirsi con una legge, a prescindere dalle cause che hanno scatenato questo gap. La montagna non dovrebbe essere più un luogo di sottosviluppo assistito e paternalismo da parte dei più benestanti, un luogo unicamente dedicato ad attività specifiche e separate da quelle urbane. Per ridare centralità a queste zone occorre avere il coraggio di pensare e realizzare quindi nuovi modelli organizzativi in grado di garantire un nuovo sviluppo locale.

Innovazione e tradizione: è questo il binomio da cui partire. La crescente attenzione che spesso si va manifestando alla sostenibilità, all’autenticità e alla qualità della vita, potrebbe alimentare tutto un processo di rinascita artigianale ed economica sotto le insegne di ecosostenibilità ed economia circolare.  

Cosa è stato fatto già

Qualche anno fa Legambiente ha raccolto in un report alcuni esempi di piccoli borghi che hanno cercato di imboccare strade innovative per combattere lo spopolamento. Il report si intitola Scatti di futuro: vengono raccolte alcune storie poco conosciute. Tutte nate su iniziativa di cittadini, associazioni, cooperative o enti locali. Le storie partono con l’intento comune di disegnare un nuovo futuro per questi territori. Tutto ha avuto inizio nel 2015 dal piccolo comune toscano di Montieri. Questo comune per primo ha lanciato una provocazione che è stata poi raccolta e replicata da altri borghi in declino abitativo: vendere le case al prezzo di un caffè. L’effetto domino innescato da questa sfida delle “Case a un euro” è stato potente ed ha raggiunto anche il comune siciliano di Sambuca. Esattamente come a Montieri, l’amministrazione comunale di Sambuca ha lanciato la campagna per la cessione delle case del centro storico con l’obiettivo di salvarlo dalla decadenza. I progetti riguardano sempre abitazioni molto vecchie, abbandonate, o a cui i proprietari hanno rinunciato perché impossibilitati a ristrutturarle.

Il meccanismo è davvero semplice: una volta ottenuta la disponibilità da parte dei proprietari, il comune predispone un bando in cui si offre a tutti la possibilità di comprare l’immobile al costo simbolico di 1 euro con l’impegno entro un certo termine di ristrutturarlo a proprie spese. Tra le tante storie sullo stesso tema c’è anche quella dei comuni di Valdaso e Moresco, in provincia di Ascoli Piceno-Fermo, che vede protagonista l’Ecomuseo della Valle dell’Aso. A Parto Carnico, in Val Pesarina, è nata l’iniziativa «SaDilegno», progetto che punta alla riscoperta di una zona montana che, negli ultimi decenni, ha conosciuto un drammatico spopolamento. Collegato a questa iniziativa è partito anche il modello 12-To-Many: una rete di imprese che valorizza le risorse ambientali e umane locali per creare nuova ricchezza godibile poi da tutta la comunità. Alcuni di questi progetti sono stati finanziati grazie alle decine di filiali di piccole banche presenti in questi piccoli borghi. Queste piccole banche spesso nel loro listino presentano anche finanziamenti di microcredito che permettono di ottenere dei piccoli finanziamenti per avviare iniziative di vario genere. Si finanziano così progetti innovativi e si da vita a reti collaborative tra residenti, turisti, popolazioni e amministrazioni locali, cittadini ed imprese. L’unicità di questi finanziamenti è lo sguardo che si rivolge alla ricaduta sociale di una certa impresa.

Al microcredito vengono collegati criteri tramite cui decidere se concedere il prestito o meno, una diffusione più capillare di questi investimenti potrebbe portare con sé la creazione di un meccanismo di penalità di mercato, favorendo così iniziative con un’importante ricaduta sociale in queste aree interne, allontanando dunque questi territori da logiche descritte da Banfield con il concetto di “familismo amorale”. Nel nostro paese sono presenti tanti borghi del tutto simili a quelli di cui si è parlato poco fa, vallate incantate che nulla hanno da invidiare ad altri borghi e che possono avere, nel momento post emergenziale un’opportunità  che mai più riavranno.

Ecco perché bisogna guardare a questi borghi non come luoghi destinati alla solitudine, ma come una nuova opportunità per riscrivere la storia di questi luoghi, oltre che di tutta l’Italia.

Ph: Aliano

Giuseppe Sassano

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