Venti di cambiamento in Iran

Agli inizi del 2020, venti impetuosi si sono originati nel vasto altopiano iranico per abbattersi minacciosi sul mondo intero. Il 3 gennaio, un drone statunitense ha colpito un convoglio in transito nell’aeroporto internazionale di Baghdad uccidendo il Generale iraniano Qassem Soleimani, il comandante delle Forze speciali Al Quds del corpo dei Pasdaran, responsabili delle operazioni all’estero dell’Iran. Il Generale Soleimani era giunto in Iraq ufficialmente per un incontro di distensione con dei rappresentanti Sauditi che, de facto, era volto a calmare le acque a seguito delle violente proteste che avevano visto le milizie sciite irachene assediare l’ambasciata statunitense nei giorni precedenti.

Le proteste hanno saldato l’ennesimo anello ad un’infinita catena di continui botta e risposta, ed hanno fornito il giusto pretesto agli USA per infliggere al più temibile degli “Stati canaglia” un durissimo colpo. L’attacco americano, infatti, non ha rappresentato una mera rappresaglia nei confronti dell’Iran e dei suoi alleati, ma si è rivelato essere una mossa strategica nella decennale disputa tra i due Paesi, che ha spazzato via dalla scacchiera uno dei pezzi pregiati della Repubblica Islamica.

La successiva risposta iraniana all’affronto americano è stata recapitata per via aerea attraverso 22 missili scagliati contro le basi statunitensi in Iraq. Una drammatica escalation che, tuttavia, si è risolta nel consueto scambio di ufficiali minacce e buoni auspici.

Dove affondano le radici di questo conflitto?

Per poter comprendere a pieno le sue origini, è necessario scavare in profondità e ripercorrere la storia dell’Iran, partendo dal tempo in cui le grandi potenze internazionali solevano ancora chiamare il Paese con il nome di Persia, l’ultima vestigia di un Impero ormai decaduto.

Agli inizi del XX secolo, la Persia appariva come uno Stato irrilevante all’interno della scena internazionale e particolarmente arretrato. La dinastia regnante dei Qājār si disinteressava delle sorti del proprio Paese. A livello interno, era lasciato in balia dell’aristocrazia terriera e religiosa e, a livello esterno, era oggetto di dispute geopolitiche fra le maggiori potenze mondiali, in primis dell’Impero Britannico. La Gran Bretagna, approfittando della debole leadership della dinastia regnante, investì e sfruttò le risorse persiane, in particolare quelle petrolifere, relegando la Persia ad un ruolo di Stato cuscinetto posto a tutela delle proprie colonie afghane e indiane, minacciate dalle mire espansionistiche russe.

Nonostante un malgoverno sostanzialmente assente, il popolo iraniano non condivideva con i suoi regnanti quegli atteggiamenti di debolezza e accondiscendenza. Mosso dall’orgoglio che contraddistingue la loro cultura millenaria, si mobilitò a difesa della propria identità e contro le eccessive ingerenze straniere. Il movimento di protesta che vide un’inedita alleanza tra i bazari del ceto medio mercantile e gli ‘ulamā, le guide religiose sciite, assunse ben presto un carattere politico a tinte nazionaliste. All’interno di tale contesto, gli ‘ulamā finirono per ricoprire un significativo ruolo di legittimazione del movimento insurrezionale. In questo modo, venivano poste le fondamenta della futura struttura politica e istituzionale iraniana. Le proteste portarono all’istituzione di un parlamento e alla promulgazione di una Carta costituzionale che limitava notevolmente i poteri del sovrano e riconosceva al tempo stesso una volontà popolare, e quindi una sovranità spettante al popolo. Tuttavia, la mancanza di una stabile organizzazione interna, le incessanti pressioni straniere e il successivo allontanamento dei religiosi restii alla secolarizzazione della politica e dello Stato, portarono nel 1911 allo scioglimento del Parlamento e alla fine del Movimento costituzionalista. Benché breve e fallimentare, il moto costituzionalista avviò dinamiche modernizzatrici e, contemporaneamente, introdusse la fondamentale questione del rapporto tra religione e politica in un Paese desideroso di tornare protagonista ma senza rinunciare alla propria tradizione religiosa.

La Persia rimase ai margini delle dinamiche internazionali per tutto il periodo della Grande Guerra, continuando ad essere più una pedina degli interessi strategici della Gran Bretagna che un soggetto internazionale rilevante. Nel 1921 la situazione iniziò a mutare drasticamente. Reza Shāh, comandante della Brigata cosacca, guidò un colpo di stato che portò al cambio dei vertici istituzionali e alla ripresa delle attività del Parlamento. Nel 1925, quest’ultimo votò l’incoronazione di Reza a nuovo Scià di Persia. Egli, in onore della tradizione iranica, assunse il titolo di Pahlavi e cambiò nome allo Stato da Persia in Iran. Il fondatore della dinastia Pahlavi attuò una politica di riforma e modernizzazione, ispirandosi al modello turco di Kemal Ataturk e, quindi, di accentramento amministrativo, secolarizzazione e militarizzazione dello Stato. Le donne ottennero alcune libertà, tra le quali la possibilità di non indossare il velo e frequentare l’università. L’industria fece un discreto balzo in avanti, mentre considerevoli sviluppi si ebbero nell’apparato militare, il quale si rafforzò notevolmente andando a costituire uno dei perni principali della politica del Sovrano. I tentativi di secolarizzazione, invece, furono fallimentari e gli ‘ulamā continuarono a rappresentare la classe dirigente dell’Iran e a controllare il monopolio dell’istruzione. L’Iran, nonostante la nuova dinastia e il nuovo nome, mantenne le sue contraddizioni. Nel 1941 Reza Palhavi fu costretto ad abdicare in favore del figlio Muhammad. Muhammad Reza Palhavi, dopo un breve esilio di due anni a seguito del “golpe” perpetrato da Mossadeq, a sua volta deposto da un contro-colpo di Stato sostenuto dal Clero sciita e appoggiato dagli USA e dal Regno Unito, riprese il processo di modernizzazione iniziato dal padre, operando tuttavia una maggiore stretta autoritaria per sopprimere il dissenso e portare a compimento i suoi obiettivi. Nel 1963 venne inaugurata la cosiddetta Rivoluzione bianca. Il progetto dello Scià era quello di introdurre una serie di profonde riforme sociali ed economiche mirate a rigenerare la società iraniana con l’intento di trasformare l’Iran in una moderna potenza industriale. Egli promosse lo sviluppo di un’industria pesante controllata dallo Stato, accompagnato da una massiccia campagna di nazionalizzazione e interventismo, una campagna di alfabetizzazione e secolarizzazione, promosse l’emancipazione femminile concedendo alle donne il diritto di voto, lo sviluppo di un sistema sanitario nazionale e, soprattutto, una riforma agraria mirata ad espropriare la terra ai latifondisti laici e religiosi per distribuirla ai contadini. Nonostante lo sforzo in favore della popolazione, la Rivoluzione bianca portò alla nascita di forti tensioni sociali e ad un diffuso risentimento del Clero e di diverse classi sociali. Il risentimento era indirizzato in particolare contro la dilagante corruzione dovuta al crescente sviluppo dell’intervento pubblico in economia. La riforma agraria non garantì la sperata lealtà degli agricoltori nei confronti della Famiglia Reale, ma alimentò una rapida urbanizzazione a seguito della quale la popolazione rurale, sradicata e privata di riferimenti politici per la svolta autoritaria dello Scià che aveva abolito i partiti, si rivolse agli ‘ulamā, l’unica istituzione loro vicina. Tra le principali voci di protesta emerse quella dell’ayatollāh Khomeini, il quale fu arrestato nel 1963 e, un anno dopo, esiliato. A ciò si aggiunse il modo sempre più autocratico e assoluto di governare dello Scià, il quale organizzò una violenta e letale polizia segreta, la Savak, che si rese protagonista di ogni tipo di violenza per reprimere il dissenso. La sistematica violazione dei diritti umani, accompagnata da un forzato processo di occidentalizzazione e secolarizzazione che vedeva negli Stati Uniti il suo modello e promotore, fece perdere allo Scià l’appoggio degli ‘ulamā e conseguentemente del popolo che si sentiva vittima di intollerabili violenze culturali.

Il crescente clima di dissenso e ostilità nei confronti di Muhammad Reza portò allo scoppio di violente proteste che culminarono nel 1979 con la cacciata dello Scià e l’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran ad opera dell’eminente ayatollāh Khomeini, rientrato dall’esilio dopo aver approfittato della situazione di crisi. La nuova entità statale, benché si presentasse come una Repubblica Presidenziale le cui istituzioni venivano elette direttamente dal popolo, si qualificava anche, e soprattutto, come Islamica, particolare di assoluta rilevanza per il carattere innovativo e teocratico che introdusse nell’impostazione istituzionale iraniana. La denominazione “islamica” derivava dalla presenza di due figure di inconfutabile preponderanza nello scenario politico e sociale dell’Iran: la Guida Suprema e il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. A queste due istituzioni religiose venne affidato il compito di supervisionare ed indirizzarel’orientamento politico iraniano secondo i dettami sciiti, attraverso l’approvazione delle candidature degli organi elettivi e il controllo delle Forze armate. La struttura istituzionale costituita nel 1979 perdura ancora oggi e, anzi, ha avuto modo di estendere la propria influenza in diverse aeree del Medio Oriente, approfittando della loro endemica fragilità politica esociale. Da anni Paesi come l’Iraq, il Libano e la Siria sono ormai divenuti una sorta di Stati satellite della Repubblica Islamica, reclutati nella sua crociata contro i responsabili della corruzione e del decadimento dell’Iran e della tradizione islamica: gli Stati Uniti e il loro più grande alleato in Medio Oriente, Israele. Del resto, fu proprio contro l’ingerenza statunitense, contro gli usi e i costumi occidentali introdotti dalla reggenza autoritaria dei Pahlavi, che scoppiò la rivoluzione khomeinista. Fu la volontà del popolo di essere trattato con rispetto – un rispetto per la propria identità, per i propri diritti e la propria tradizione –, a legittimare la rivoluzione.

È curioso come quei valori in difesa dei quali scoppiò la rivoluzione, oggi vengano sistematicamente violati e repressi per mantenere lo status quo e consentire alle élites religiose di continuare a combattere la loro crociata anacronistica. Le nuove generazioni iraniane, così come quelle irachene e libanesi, se ne sono rese conto e stanno alzando la voce. Da diversi mesi le piazze di questi Paesi si riempiono per manifestare contro regimi incapaci di mantenere le promesse fatte e di provvedere alle necessità del popolo, in nome del quale giustificano ipocritamente le loro azioni.

La morte di Qassem Soleimani ha rivelato al mondo una frattura interna che a lungo il regime iraniano aveva cercato di nascondere. Se è vero che i funerali del Generale hanno visto la partecipazione della più grande folla mai vista in Iran dopo il funerale del fondatore della Repubblica Islamica Khomeini nel 1989, l’altra parte della Piazza invece celebrava la caduta di uno dei pilastri del Regime. Chi scende in strada è consapevole di rischiare la vita. È cosciente anche del fatto che non farlo li condurrebbe ad una sorte ben peggiore. Gli iraniani, oggi come nel 1979, protestano contro un Regime autoritario incapace di dialogare con il proprio popolo, disposto piuttosto a martirizzarlo in nome di un’anacronistica crociata che non fa più presa nei cuori delle nuove generazioni. I giovani iraniani hanno alzato la voce, adesso sta ai loro leader e alla comunità internazionale porgere loro l’orecchio.

Non a Gaza, non in Libano, la mia vita è in Iran” è lo slogan che pullulava per le strade della Repubblica islamica e con cui i manifestanti, alla fine del 2019, contestavano la teocrazia e chiedevano alla leadership di concentrarsi su di loro, sul Paese, e non sugli onerosi investimenti esteri. Il popolo contestava il piano di diffusione regionale attraverso partiti e milizie finanziati in Libano, Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Gaza pensato dalla Guida Suprema e architettato dal defunto con l’intento di strutturare un sistema di controllo geopolitico persiano.

Piercarlo Ghossoub

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...