Cosa accade se Trump rifiuta la transizione pacifica?

Ora che i risultati elettorali hanno consegnato la fiaccola della vittoria a Joe Biden, resta da chiedersi cosa farà Trump. Del resto, era prevedibile che avrebbe inscenato il teatrino dei “brogli” sul voto postale, perché sapeva benissimo di trovarsi in svantaggio sul suo sfidante. Così come era prevedibile che avrebbe osteggiato una transizione pacifica dei poteri presidenziali. A settembre, i giornalisti gli chiedevano se avesse accettato la sconfitta e lui rispondeva con un freddo: «Vedremo che succede». Parafrasando il sindaco di Philadelphia Jim Kenney, Trump dovrebbe abbassare la testa e alzarsi dalla morbida poltrona dello Studio Ovale. Vediamo cosa potrebbe succedere se Trump si rifiutasse di congratularsi con Biden, lasciandogli il potere.  

Nella loro storia, gli Stati Uniti non hanno mai assistito a una transizione di potere così delicata e potenzialmente esplosiva. Trump non sembra avere intenzione di retrocedere, continua a rintanarsi in un castello di carte dove lui è il solo e unico vincitore, da dove continua a pubblicare tweet poi oscurati, spacciandosi per la vittima che ha subito la “peggiore frode elettorale di sempre”. 

Si sa, Trump sta seguendo una precisa strategia, da mesi. Denunciare senza sosta la frode instilla nella mente delle persone il dubbio che la democrazia americana sia opaca e corrotta. Raccoglie sotto l’ala protettrice milioni di persone estremamente polarizzate, avvelenate dall’odio interraziale e frustrate da una crisi economica galoppante. Un recente sondaggio mostra come metà della popolazione americana nutra un sentimento di discordia nei confronti delle proprie istituzioni. Circa il 20% di questi, se potesse scegliere, preferirebbe vivere sotto un governo militare.

L’indice di fiducia popolare nei confronti delle istituzioni americane
via The Atlantic

Tutti questi fattori sono musica per Trump. Al Tycoon basta schioccare le dita e aspettare l’afflusso di migliaia di manifestanti armati fino ai denti. Era accaduto a Detroit, quando centinaia di sostenitori repubblicani gridavano alla frode di fronte ai seggi, con le pistole e le mazze da baseball in mano. «Very good people» come li chiama Trump. Molti di questi sono schierati in gruppi di estrema destra, suprematisti della vecchia guardia che inneggiano alla guerra civile, come i Bangaloo o i Proud Boys. Alcuni militanti di QAnon sono stati arrestati in possesso di fucili automatici. Nei veicoli sequestrati sono stati trovati plichi di voti falsificati. E sono pure quelli che, nell’ottica trumpiana, avrebbero dovuto supervisionare lo spoglio dei voti.  

«In caso di saccheggi, si comincia a sparare» istigava Trump durante le proteste di Minneapolis. Galvanizzato da questa mole di sostenitori, gli basterebbe scompigliare l’ordine pubblico mentre un esercito di avvocati impugna i risultati negli Stati che hanno deciso le elezioni in favore di un riconteggio che gli sia improbabilmente favorevole. Infatti, questi due mesi di transizione potrebbero servirgli per guadagnare tempo e trovare una soluzione alternativa. Avrebbe ancora i poteri per calare l’ultima carta e spiazzare tutti con un colpo di mano.  

Due estremisti armati via Al Jazeera

CAVILLI LEGALI

In un articolo pubblicato a fine settembre sull’Atlantic, il premio Pulitzer Barton Gellman scriveva come la Costituzione americana non preveda esplicitamente una transizione pacifica dei poteri. Il presupposto perché questo succeda è che sia l’incumbent uscito sconfitto a riconoscere la vittoria dello sfidante con un concession speech. Quando Al Gore impugnò i risultati delle presidenziali nel 2000, vinte da George W. Bush, avrebbe potuto proseguire a oltranza la citazione in giudizio nonostante la sentenza contraria della Corte suprema. Al Gore decise di rinunciare in nome della democrazia, qualcosa che risulterebbe difficile a uno come Trump, specialmente contando di avere la Corte dalla propria parte dopo la nomina di Amy Coney Barrett. Gellman inoltre afferma come siano i grandi elettori il vero ago della bilancia. Nell’ottica di una poco probabile ridefinizione dei singoli collegi statali, alcuni Stati a guida repubblicana potrebbero per legge dichiarare non valido il voto popolare e selezionare sua sponte dei grandi elettori di loro nomina alterando il risultato. Biden però gode di un buon vantaggio – 290 grandi elettori contro 214 – e questo rende difficile ribaltare il loro peso in favore del GOP.

Al netto di ciò, nello staff di Trump serpeggia un clima diverso. Alcuni hanno intenzione di rassegnarsi e rassegnare le dimissioni, altri hanno dato inizio al tradizionale processo per il passaggio di consegne alla futura amministrazione Biden. Altri ancora si dice cerchino di convincere Donald a desistere, tra cui un furibondo Mitt Romney, che si è congratulato con Biden. Fonti anonime dell’entourage repubblicano rivelano che persino l’ex Potus sia incline a cedere ai consigli di Melania e Ivanka, senza mostrare segni di debolezza in pubblico. Molti senatori repubblicani sono infatti consapevoli della necessità di costruire un clima di collaborazione con la nuova amministrazione ormai legittimata dal voto. Biden sa bene che un Senato a trazione repubblicana – attualmente lo spoglio segna un pareggio tra dem rep – potrebbe costituire un ostacolo per l’efficienza del governo e il suo riconoscimento al Congresso, tanto che si è già messo in contatto con Mitch McConnell, il leader dei senatori repubblicani.

L’EXTREMA RATIO

E se invece Trump si rifiutasse di lasciare la Casa Bianca, contando sul sostegno di buona parte dell’opinione pubblica americana? L’11 agosto John Nagl e Paul Yingling, due rinomati ex ufficiali americani, avevano scritto una lettera all’attuale Capo di Stato maggiore congiunto dell’esercito degli Stati Uniti, il generale Mark Milley. Nel documento i due veterani sollecitavano Milley a intervenire nel caso in cui si fosse verificata una crisi istituzionale durante le presidenziali. In particolare, Milley avrebbe dovuto ordinare all’esercito di rimuovere Trump dalla Casa Bianca se quest’ultimo si fosse rifiutato di riconoscere il legittimo risultato elettorale per rimanere al potere anche dopo il Mezzogiorno del 20 gennaio. Qualcosa di inimmaginabile tra gli ambienti militari del Pentagono, tanto che Milley qualche settimana dopo rifiutò la proposta, sostenendo di «credere profondamente nel ruolo apolitico dell’esercito statunitense».  

Trump e Mark Milley poco fuori dalla Casa Biabca, durante le proteste a Lafayette Square
via DefenseOne

Effettivamente, la lettera ha sollevato un bel polverone, incontrando però il favore di Biden. In realtà, Mark Milley non ha alcuna competenza operativa nell’esercizio delle sue funzioni, ma solo un margine nell’organizzare le forze armate dal punto di vista logistico. Inoltre, i criteri di successione e rimozione del presidente sono già disciplinati dal 20° e 25° emendamento della Costituzione americana e la giurisprudenza completa il quadro. E’ la Corte Suprema – di maggioranza rep – a risolvere eventuali dispute sulla nomination presidenziale e il Congresso deve verificare la composizione del Collegio elettorale – i 538 grandi elettori designati dall’elezione popolare di novembre – conteggiandone e riconoscendone i voti. Ricorrere all’esercito per spodestare un usurpatore sarebbe un’illegale extrema ratio, figlia delle contingenze. Anche in questo caso, improbabile.  

Insomma, chi si trova nello staff repubblicano vede un Trump deluso, amareggiato, forse scoraggiato. Un Tycoon che al termine di questa corsa di soli quattro anni potrebbe lasciar perdere, consegnando il ticket al suo legittimo successore, almeno tentando di salvare quello che resta della sua immagine. Come se ne avesse ancora una. Potrebbe farsi da parte, ma non i 72 milioni di americani che lo hanno votato, una miccia che se non disinnescata rischia di strappare ulteriormente il tessuto sociale americano. E di convincere Trump a non mollare l’osso, candidandosi nel 2024.

Umberto Merlino

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