Libano-Israele: al via ai negoziati per le ZEE. Un’opportunità per l’Italia?

Lo scorso 14 ottobre Libano e Israele si sono seduti al tavolo delle trattative per discutere, per la prima volta in tre decadi, di questioni non concernenti la sicurezza nazionale. Un avvenimento acclamato da Washington come “storico”, considerato che i due Paesi ad oggi continuano ad essere tecnicamente in guerra e non hanno relazioni diplomatiche formali. 

Le trattative, tenutesi  sotto l’egida delle Nazioni Unite e con la supervisione degli Stati Uniti, hanno avuto luogo a ridosso della Linea Blu che separa i due Paesi, presso la base di Ras Naqoura di UNIFIL – United Nations Interim Force in Lebanon, una forza di interposizione dell’ONU creata per mediare tra Israele e Libano dopo lo scoppio del conflitto negli anni ’70. L’obiettivo delle trattative è trovare una soluzione all’annosa disputa sulla definizione delle rispettive zone economiche esclusive (ZEE), alla luce della scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi presenti in un’area di circa 860 chilometri quadrati, sulla quale entrambi i Paesi rivendicano la propria sovranità.

La controversia risale al 2011, quando Israele ratificò un accordo con Cipro utilizzando come punto di riferimento un confine marittimo che il Libano e la Repubblica cipriota avevano precedentemente concordato nel 2007; un accordo che, tuttavia, il Parlamento libanese non ratificò mai. Nel 2011 il Libano specificò, in una trattativa con le Nazioni Unite, che il suo confine marittimo comprendeva altri 860 chilometri quadrati a Sud della linea tracciata nel 2007. Israele non accettò tale revisione, dando inizio alla disputa che perdura ancora oggi. 

Le principali cause del ritardo nel trovare una soluzione alla questione possono essere ricondotte all’endemica fragilità politica libanese, caratterizzata dalle continue dispute interne tra le varie comunità religiose che inesorabilmente si riflettono sulla politica estera, in particolare nei riguardi di Israele perché, lo ricordiamo, il fatto di non essere formalmente riconosciuto dal Libano rende il negoziato ancor più complicato. 

Oggi, un decennio di mediazione statunitense, costellato da una serie innumerevole di crisi politiche croniche, sembra finalmente aver raggiunto un punto di svolta, paradossalmente anche grazie alla recente crisi finanziaria in cui è piombato il Paese dei Cedri. La Lira libanese ha perso l’80% del suo valore, povertà e disoccupazione sono state soggette ad una crescita repentina, andando drasticamente ad influenzare il rapporto PIL/debito pubblico che ha ampiamente superato la cifra record del 170%. 

La successiva esplosione del porto di Beirut del 4 agosto ha gettato litri di benzina sul fuoco. 

L’inagibilità del porto ha privato il Libano delle importazioni fondamentali al soddisfacimento del fabbisogno nazionale per quei beni di prima necessità quali medicinali, derrate alimentari e risorse energetiche che il Paese non è in grado di produrre autonomamente e che hanno acuito inevitabilmente il disagio socio-economico e politico.  

In questo contesto, lo sfruttamento delle presunte risorse energetiche disponibili nella zona contesa potrebbero rivelarsi una concreta soluzione per risollevare economicamente il Paese.
Resta doveroso l’utilizzo del periodo ipotetico. Le speranze libanesi rimangono infatti poco più di un miraggio. In primo luogo, l’effettiva esistenza delle riserve di gas deve ancora essere accertata. Infatti, un primo pozzo situato nel Blocco 4, esplorato ad aprile 2020, è risultato asciutto. In secondo luogo, anche se dovessero essere scoperti giacimenti di gas, alcune stime indicano che questi non potrebbero essere sfruttati adeguatamente almeno fino al 2030, fondamentalmente a causa dell’assenza di un’industria estrattiva e a causa degli esorbitanti costi e tempi necessari alla sua realizzazione. 

A ciò si aggiungerebbero alcune peculiarità libanesi: la creazione di una simile industria richiederebbe importanti infrastrutture tecniche, risorse finanziarie e capacità di gestione assenti in Libano a partire dallo scoppio della guerra civile e difficilmente recuperabili nelle circostanze attuali. Contemporaneamente, la corruzione, la negligenza e la cattiva governance che hanno prosciugato le finanze del Paese e portato il popolo all’esasperazione, potrebbero tramutare un’opportunità di rinascita economica e indipendenza energetica nell’ennesimo scontro tra interessi settari, incrementando conflittualità e povertà all’interno del Paese. 

Risulta evidente come, in un simile scenario, una radicale riforma strutturale dell’assetto istituzionale libanese sia necessaria tanto quanto inevitabile per poter sperare in una ripresa economica concreta. I recenti sviluppi che hanno visto per l’ennesima volta la nomina a Primo ministro di Saad Hariri, nonostante questi fu il bersaglio principale delle proteste anti establishment iniziate nell’ottobre 2019 che portarono alle sue dimissioni, rendono l’attuazione delle riforme un’utopia alla stregua della realizzazione di un’industria petrolifera efficiente.

Un’opportunità per l’Italia?

Alla luce di quanto detto, appare chiara la necessità per il Libano di trovare sostegno in attori esterni al panorama politico nazionale. In questa prospettiva è doveroso per l’Italia assumere una posizione di preminenza nel contesto delle trattative israelo-libanesi.
Grazie alla ormai pluriennale presenza sulla Linea Blu in seno alla sopracitata missione UNIFIL, l’Italia gode di uno status privilegiato nell’ambito delle trattative tra i due Paesi. L’intercessione condotta dal comandate in carica della missione Stefano Del Col (quarto comandante italiano dal 2006) all’interno del forum Tripartito, il principale strumento preposto all’attuazione degli obiettivi della risoluzione 1701 dell’ONU, deve essere un’occasione per riaffermare l’autorevolezza della capacità di mediazione dell’Italia in un contesto delicato come quello mediorientale.
In linea con quanto affermato da Paolo Crippa e Lorenzo Marinone in un report del Ce.S.I., consolidando la collaborazione con le Forze Armate Libanesi, l’Italia si assicurerebbe una relazione privilegiata con una Forza Armata operante in un uno dei crocevia più importanti di tutto il Medio Oriente da un punto di vista strategico; essendo oggi l’Italia il secondo Paese fornitore del Libano, dietro la Cina e alla pari degli Stati Uniti, tale prospettiva garantirebbe interessanti sviluppi all’interno del panorama energetico offshore del Mediterraneo orientale e all’interno delle acque libanesi, dove ENI svolge un ruolo di primissimo piano detenendo un interesse partecipativo del 40% nei blocchi offshore 4 – come precedentemente detto, rivelatosi asciutto – e 9. Il blocco 9, in particolare, comprende proprio parte della ZEE contesa tra Libano e Israele, per cui la scoperta di un’eventuale giacimento di idrocarburi fornirebbe all’Italia una preziosa opportunità di investimento economico nonché la possibilità di garantirsi una nuova fonte di approvvigionamento energetico a condizioni privilegiate. 

Sebbene l’avvio dei negoziati sembrerebbe rappresentare l’inizio di un processo di normalizzazione dei rapporti tra i governi dei due Paesi, è prematuro credere che questi possano spianare la strada verso una pace concreta. Del resto, come più volte evidenziato da entrambe le parti, i negoziati sono stati avviati esclusivamente per motivi economici e quando si fanno affari, in particolare quando si tratta di gas e petrolio, è necessaria stabilità. Allo stesso tempo, nel contesto libanese, la realizzazione di una solida industria petrolifera, capace di sfruttare le eventuali risorse della propria ZEE, appare un miraggio senza un concreto piano di riforma politico-istituzionale. In questo scenario l’Italia, alla luce dell’onere e del privilegio attribuitegli dalla guida della missione UNIFIL, è chiamata ad assumere il ruolo che le spetta. Riscoprire il potenziale del suo capitale diplomatico è fondamentale non solo per il raggiungimento dell’agognata normalizzazione delle relazioni tra Israele e Libano, ma anche per contribuire in modo determinante alla pace e alla stabilità dell’intera regione mediorientale.
Un progetto ambizioso ma necessario per un’Italia, che deve ritrovare il lustro perduto e puntare a divenire il fulcro delle sempre più cruciali dinamiche geopolitiche euro-mediterranee.  

Piercarlo Ghossoub

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