Uzbekistan: le mille e una contraddizione

Le repubbliche dell’Asia Centrale figlie dell’URSS continuano a risultare misteriose ai nostri occhi. Se state cercando un posto dove possono coesistere una solida economia di mercato e la credenza che dei fumi magici possano tenere lontano il Covid-19, la risposta è nell’Uzbekistan.

Asianews.it riferisce che la popolazione uzbeka associ i pochi contagi (poco più di 2000 alla data del 2 maggio) alle esalazioni di isryk, la ruta siriana. Sebbene lo stesso Ministero della Salute uzbeko smentisca categoricamente che questo fumo abbia effettive capacità anti-coronavirus, per le strade di Taškent e Samarcanda è possibile sentire il forte odore di bruciato di un’erba disprezzata persino dagli animali selvatici.

L’isryk è venduta sia nei bazar che nelle farmacie, ed è consigliata come “profilassi delle infezioni delle vie respiratorie, influenza e raffreddori, e anche contro gli insetti domestici”. Il governo, come già detto in precedenza, sta sminuendo l’efficacia di questo rituale, e non è l’unico aspetto con cui si sta cercando di “occidentalizzare” questa repubblica.
Lo scorso 6 aprile il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev ha emanato un decreto con il quale ha eliminato le quote di produzione nell’industria del cotone del paese, abolendo un sistema, retaggio del regime sovietico, che attraverso un’agenzia responsabile della pianificazione economica creava ed amministrava i piani quinquennali, che sono ancora parte integrante dell’economia uzbeka.

L’Uzbekistan è attualmente tra i primi 10 produttori al mondo di cotone, nonostante stia cercando di slegare la sua economia dalle esportazioni di questo prodotto, in drastico calo negli ultimi anni. Per questa ragione la produzione dell’industria dell’abbigliamento in Uzbekistan è aumentata dell’80% tra il 2014 e il 2018, come riferisce Notiziegeopolitiche.net, mentre la raccolta di cotone grezzo si è trasformata in una produzione di tessuti e di vestiti. Nel corso dei decenni il regime ha sempre controllato le quote di produzione del cotone, contribuendo alla continuazione di un sistema di lavoro forzato. Il passo indietro del governo uzbeko mira dunque al tentare di migliorare l’immagine internazionale del paese.

Ulteriori buone notizie arrivano dal fronte religioso: per la prima volta negli ultimi 15 anni, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (USCIRF) non sta segnalando al Dipartimento di Stato americano l’Uzbekistan come un paese di particolare preoccupazione (CPC) ai sensi dell’International Religious Freedom Act del 1998 (IRFA). In ogni caso, citando The Diplomat, anche quando l’Uzbekistan è stato designato CPC dal Dipartimento di Stato dal 2006 al 2018, gli è stata concessa una deroga dalle sanzioni a causa della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan e dei relativi interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In questo modo, le sanzioni dirette previste tramite l’IRFA non sono mai state emanate. Una visione meno cinica prenderebbe in considerazione ciò che USCIRF esprime nella relazione stessa: passi notevoli da parte del governo uzbeko “per affrontare alcune delle preoccupazioni di lunga durata e significative per la libertà religiosa” nel Paese. L’USCIRF evidenzia in particolare l’impegno di Tashkent con gli Stati Uniti su questioni di libertà religiosa, la chiusura della famigerata prigione di Jaslyk e un blocco “applicato con successo” alle leggi che perseguitano le comunità religiose.

Tornando al Covid-19, a differenza degli altri paesi del “Triangolo mongolo”, il governo ha annunciato misure di quarantena e confida che il popolo seguirà le indicazioni, tra un’esalazione di isryk e l’altra.

Giuseppe Staniscia

(foto via Adobe Stock)

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