Il Libano: tra crisi economica e pandemia

Un Paese dal presente confuso ed un futuro incerto.

È curioso come il Libano, che sta vivendo quello che è il momento economicamente e politicamente più complicato nella sua storia recente, possa paradossalmente trovarsi sull’orlo di divenire qualcosa che non è mai stato: una vera Nazione.

Storicamente, i libanesi si sono identificati e riconosciuti in base alla loro appartenenza settaria ancor prima che alla loro nazionalità. L’identità settaria è stata da sempre la base della struttura governativa libanese, fortemente condizionata da quei delicati equilibri di potere che intercorrono tra le milizie settarie che hanno combattuto la guerra civile tra il 1975 e il 1989 e che rimangono tutt’ora protagoniste dello scenario politico libanese.

Tuttavia, oggi i libanesi appaiano sorprendentemente compatti durante le manifestazioni iniziate lo scorso 17 ottobre nelle quali, al grido di “kullun ya’nee kullun”( كلّن يعني كلّن – tutti significa tutti), a prescindere dal credo religioso e dall’appartenenza ad un dato partito politico, si sono uniti contro una classe politica reputata corrotta ed impegnata a perseguire solamente egoistici interessi. I libanesi stanno chiedendo a gran voce, un’unica voce nazionale, un futuro diverso, migliore, sebbene la loro volontà sembra ben lontana dal potersi realizzare.

Il 7 marzo, il nuovo Presidente del Consiglio, il professor Hassan Diab – subentrato a Saad Hariri alla guida di un nuovo governo teoricamente tecnico ma che in pratica continua ad essere soggetto a pesanti pressioni politiche (Hezbollah su tutti) -, annuncia in diretta televisiva che «il debito è diventato più grande di quanto il Libano possa sostenere ed è impossibile per i libanesi pagare gli interessi». Il Libano, per la prima volta nella sua storia, è in default finanziario. Quella che una volta veniva chiamata la “Svizzera del Medio Oriente”, oggi non è in grado di ripagare gli interessi sul suo debito pubblico, pari a 1,2 miliardi di dollari. «Come possiamo pagare i creditori quando la gente è in strada senza nemmeno i soldi per comprare il pane?», continua nel suo discorso il presidente Diab.

Revolution in Lebanon, photo of a large group of people with flags in hands protesting against new unfair laws of power, human rights advocacy concept. (via AdobeStock)

L’articolato sistema finanziario libanese, nel quale le banche private finanziano buona parte del debito pubblico, non ha retto alle pressioni interne ed esterne a cui è stato sottoposto nell’ultimo periodo. Brevemente: lo Stato si finanziava vendendo obbligazioni principalmente in dollari e, a volte, in lira libanese ancorata al dollaro ufficialmente a 1500 lire libanesi per dollaro ma che, negli ultimi giorni, sul mercato nero ha raggiunto la cifra record di 4800 lire per dollaro. Questi titoli di credito a lungo termine, relativamente sicuri, venivano principalmente venduti alle banche libanesi e, occasionalmente, alla Banca Centrale. Le banche, a loro volta, accumulavano capitale offrendo tassi sui depositi molto alti per i depositi in dollari, attraendo cosi numerosi capitali esteri. Tali afflussi di capitali esteri coprivano il disavanzo fiscale. La recente crisi politica ha azzerato la fiducia degli operatori di mercato nel sistema libanese e minato la stabilità del sistema bancario. Di conseguenza, il Tesoro libanese si è trovato a corto di fondi con cui ripagare non solo i creditori stranieri ma anche le banche nazionali, le quali a loro volta, colpite da una fuga di capitali, non disponevano più di nuovi fondi con cui poter finanziarie ulteriormente lo Stato acquistando nuove obbligazioni. Per evitare una crisi di liquidità, le banche hanno posto restrizioni sul prelievo di contante, limitandolo a 100$ a settimana, aggravando le condizioni economico-sociali dei libanesi.

La pandemia di Covid-19 ha gettato ulteriore benzina sul fuoco. La risposta all’emergenza sanitaria del governo Diab, impegnato a districarsi tra crisi finanziaria, politica e sociale, è stata lenta e inefficace, mentre il diffondersi del virus è stato agevolato dalle pressioni del “Partito di Dio” che ha mantenuto aperti i canali di collegamento con l’Iran – primo focolaio in Medio Oriente e dal quale è arrivato il paziente 0 in Libano – e ha impedito l’immediata dichiarazione dello stato di emergenza che ne avrebbe limitato notevolmente la libertà d’azione. Se da un lato l’emergenza sanitaria, attraverso quelle modalità che ben conosciamo in Italia, sta sferrando il colpo di grazia ad una popolazione in ginocchio, dall’altro fornisce all’oligarchia settaria libanese l’ennesima opportunità di risorgere. Sfruttando la paura e la disperazione della popolazione, i gruppi politici e religiosi si sostituiscono nuovamente allo Stato, ribadendo ai libanesi quell’angosciante verità: “non avete nessuno tranne noi”. La stessa verità che i libanesi provano a sovvertire dallo scorso ottobre.

Durante una manifestazione tenutasi i primi di gennaio, quando della crisi finanziaria si parlava solamente ai piani alti di qualche agenzia di rating e il Covid-19 era solo l’ennesima influenza stagionale, Raed al-Arja, un camionista di 50 anni sceso in strada in nome di un futuro migliore per i suoi figli – i quali lo accompagnarono con una bandiera libanese in mano – diceva che “la nostra generazione è stata imbrogliata. Abbiamo seguito i leaders. Adesso scendiamo in piazza per insegnare ai giovani come rivendicare i loro diritti”.

Oggi, ai libanesi non è concesso neanche questo.

Piercarlo Ghossoub

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