Il Turkmenistan e la parola proibita.

Da un Paese al momento 179esimo classificato secondo l’indice mondiale sulla libertà di stampa (su 180 nazioni censite – a breve distanza dalla Nord Corea) ci si può aspettare ogni cosa, persino che abbia proibito l’uso e la diffusione della parola Coronavirus. Il 31 marzo e il 1° aprile, diversi media occidentali hanno diffuso la notizia secondo la quale il Turkmenistan avrebbe bandito la parola “coronavirus“. National Public Radio ha pubblicato un aggiornamento, proclamando che “Il Turkmenistan ha vietato l’uso della parola Coronavirus“. Così hanno fatto anche Newsweek e ABC, tra gli altri.

L’origine della diffusione di questa notizia è duplice. In primo luogo, un rapporto del Turkmenistan Chronicle, una fonte di notizie indipendente turkmena gestita da esuli, ha rilevato che gli opuscoli informativi sulla salute pubblicati dal governo turkmeno non includevano più riferimenti specifici al “coronavirus”. In secondo luogo, Azathabar.com ha riferito che alcuni individui erano stati arrestati dalla polizia in borghese per aver parlato in pubblico della pandemia globale.

A smentire questa voce Eurasia.net, nel suo regolare bollettino incentrato sul Turkmenistan. In un rapporto del 31 marzo ha osservato che, a partire dal 25 marzo, i media controllati dallo stato pubblicavano storie che menzionavano il coronavirus. Al momento in cui scriviamo, sul Turkmenistan Today (l’agenzia di stampa statale) rimangono ancora alcune storie che menzionano il coronavirus, il più recente rapporto del 25 marzo sul Turkmenistan che porta i cittadini a casa dai paesi colpiti dal coronavirus. È importante sottolineare che tali articoli considerano il coronavirus un problema nel mondo esterno, non una minaccia all’interno del Turkmenistan.

La massima testata nazionale sembra concentrarsi maggiormente sulla vita del presidente, privata o pubblica che sia, in particolar modo sulla sua passione per i cavalli. “I nostri cavalli simili al vento sono orgoglio nazionale e grande valore, che è stato creato nel corso dei secoli. Ecco perché viene prestata grande attenzione allo sviluppo dell’allevamento equino e degli sport equestri nel nostro paese durante il periodo di indipendenza. Le tradizioni nobili dei nostri antenati vengono ripristinate, l’arte di allevamento di cavalli turkmeni viene portata a nuovi livelli” – riportando testualmente il messaggio di congratulazioni del presidente Gurbanguly Berdimuhamedov riguardo la festa nazionale del cavallo turkmeno. 

Lo sport, dunque, rappresenta il veicolo principale per catalizzare l’attenzione sulla salute della nazione. 
Il 7 aprile, in occasione della Giornata mondiale della salute, le autorità del Turkmenistan hanno organizzato una serie di manifestazioni sportive di massa, nonostante le minacce del coronavirus. 

Seguendo l’esempio del presidente, i cittadini si sono riversati in grandi adunate, percorrendo le città in bicicletta. I ciclisti, secondo i cronisti, “mostrano la loro dedizione ad un sano regime di vita”. Nella città di Askhabad i partecipanti alla scampagnata sono stati circa 3500, nelle altre provincie oltre 7mila. Varie manifestazioni si sono tenute nei parchi, tra cui esibizioni ginniche e acrobatiche, sessioni di judo e boxe.

Come già successo in Tagikistan, anche qui è ricominciata la Yokary Liga, il campionato calcistico turkmeno. Dopo un mese di stop, in Turkmenistan si è ripreso a giocare a porte aperte. La prima partita tra Altyn Asyr e Kopetdag è stata un buco nell’acqua clamoroso, dato che su uno stadio di 20.000 posti ne sono stati riempiti appena 500.

Quanto sta accadendo nel resto del mondo pare solo una flebile eco in un regime che, pur di mantenere intatto il suo prestigio internazionale, agisce come se la pandemia più letale del terzo millennio non sia mai esistita.

Giuseppe Staniscia

Foto: Turkmenistan Today

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