L’IS e il Covid-19.

In questi mesi di pandemia, durante i quali l’argomento principale dei Media é il Covid-19, molti ci hanno domandato: che fine ha fatto l’ISIS?

L’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) o ISIL (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), oggi si chiama IS (Stato islamico) ed è un’organizzazione islamica di stampo jihadista considerata, da molteplici Stati e dall’ONU, un’organizzazione terroristica. La stessa organizzazione è stata condannata dai Dotti della religione islamica.

La diffusione del COVID-19 ha sconvolto l’Europa, l’Asia, il nuovo Continente ma anche il Medio Oriente. Gli Stati sono concentrati a combattere questa epidemia, non solo a livello sanitario ma anche cercando di contenere la crisi economica che ne consegue. Un esempio lampante è il lavoro degli Stati dell’Unione europea che si stanno adoperando per attuare strumenti in grado di sollevare i Paesi membri da eventuali aumenti di tasse, licenziamenti, recessione. In questo quadro storico, in cui molte potenze sono concentrate “altrove”, ci si domanda in che modo la situazione profilatasi possa influenzare il terrorismo; come e se questa pandemia impatterà nella struttura e sulle attività dell’IS. 

Le agenzie di intelligence e le forze di sicurezza sono state chiamate a lavorare per prevenire potenziali disordini e controllare l’aumento dei tassi di criminalità, effetti collaterali di questa economia in difficoltà a causa del Covid-19. Un esempio lo possiamo riscontrare proprio in Italia: ultimamente abbiamo appreso la notizia che, a seguito dell’emergenza, almeno quattro dei capi ed esponenti mafiosi sono stati scarcerati e si sono avvalsi dei domiciliari. La motivazione non è da ravvisare solamente nelle condizioni di salute di tali individui ma anche come un modo, a quanto pare, per evitare che quest’ultimi diano inizio a pericolose rivolte nelle carceri stesse. Le dinamiche all’interno di queste strutture non sono affatto semplici da comprendere per chi è esterno ad esse.

Perciò, è inevitabile un relativo indebolimento nella sicurezza e nell’intelligence focalizzata sull’IS, che potrebbe essere l’occasione per l’organizzazione di rinforzarsi. Oppure no?

Ahmed Kamel Al-Beheiri ha riportato nel suo articolo su Ahramonline l’edizione di Naba intitolata “The Crusaders’ worst nightmare” nella quale l’organizzazione terroristica stessa ha dichiarato di aver notato la riduzione dell’attenzione delle agenzie di sicurezza occidentali e di volerne trarre vantaggio per svolgere operazioni contro Parigi, Londra e Bruxelles. 

E’ innanzitutto opportuno cercare di ricostruire gli eventi e gli attacchi perpetrati dall’inizio dell’anno ad oggi. 

(Febbraio) Sappiamo poi che il 2 Febbraio ci sono stati ben due attentati: il primo a Londra, precisamente nel quartiere di Streatham, dove il ventenne Sudesh Amman ha utilizzato un macete per colpire tre persone che si trovavano in strada, una delle quali ha riportato gravi ferite. Il ragazzo era già stato condannato in precedenza a tre anni di reclusione per propaganda di materiale terroristico delle riviste di Al Qaeda. Per questo motivo, era già sorvegliato dalla Polizia che lo ha successivamente rintracciato e ucciso. L’attentato é stato poi rivendicato dall’Is su Amaq, canale ufficiale del gruppo terroristico.

(Febbraio) L’altro attentato si é verificato a Gand, in Belgio, nella stessa giornata del 2 Febbraio. Una donna ha accoltellato due passanti senza ferirli mortalmente, la polizia é intervenuta ed ha sparato ad una mano della donna, mettendo fine alla sua caccia omicida. Questo attentato non é stato rivendicato dallo Stato Islamico ma gli inquirenti hanno dichiarato di non poter ignorare le coincidenze dei due atti.

(Marzo) Il 18 marzo l’IS ha rivendicato un attentato contro le forze francesi e il personale di sicurezza a Hagana (Mali); il 19 marzo un attacco terroristico dell’IS, nella regione del Borno (Nigeria), ha ferito e ucciso 25 soldati nigeriani. Dall’inizio di marzo, sono stati contati 31 attacchi attribuiti ai gruppi affiliati all’IS in Africa occidentale, Somalia e Africa centrale con una stima di 184 vittime.

(Aprile) Un altro attentato si è verificato il 4 Aprile nel sud-est della Francia a Romans sur Isère, nel dipartimento di Drome, vicino Grenoble. L’attentatore era un uomo sui trent’anni, proveniente dal Sudan e richiedente asilo. L’uomo, utilizzando un coltello, ha ucciso due persone e ne ha ferite cinque, al grido di “Allah Akbar“. Il ministro degli interni francese Christophe Castaner ha dichiarato che l’uomo aveva “avviato un percorso terrorista” e il Procuratore lo ha definito un attacco omicida “volto a disturbare l’ordine pubblico” ma non ci sono state rivendicazioni ufficiali.

Quando il Covid-19 ha iniziato a diffondersi in Iraq e in altri Paesi della Regione, l’IS ha prontamente fatto pervenire ai suoi membri delle “Direttive islamiche per la gestione delle epidemie”. La Questione è stata descritta chiaramente dall’esperto di terrorismo Ahmed Kamel Al-Beheiri presso il centro di studi politici e strategici di Al-Ahram. Il quale rende noto che l’IS ha scritto “nell’edizione 225 di Naba: Bisogna credere che le malattie non si diffondano da sole ma per comando di Dio Onnipotente. Bisogna prendere precauzioni per prevenire e scongiurare le malattie. Uno dovrebbe coprire la bocca quando sbadiglia e starnutisce. Bisogna lavarsi le mani prima di metterle nella ciotola del cibo. Uno dovrebbe riporre la propria fede in Dio e cercare la propria protezione contro le malattie. Non si dovrebbe introdurre il sano in un’area infetta o lasciar fuoriuscire quelli infetti. Uno dovrebbe coprire il vaso e fissare saldamente la pelle”. 

Questo nuovo modo di concepire il virus fa intendere che alcuni membri dell’IS stesso potrebbero essere stati contagiati. L’esperto fa notare come, in effetti, “potrebbero esserci contatti considerevoli tra questi membri e le comunità locali in alcune parti dell’Iraq, della Siria, dello Yemen, della Libia o altrove dove l’IS e le sue affiliate sono più attive. Da qui la necessità della direttiva”.

Attraverso la sua analisi, “it makes sense to divide the terrorist organisation into two categories: the branches in West and Central Africa, and those in Southwest, Central and Southern Asia”. Per cercare di prevedere come questa pandemia possa impattare sull’organizzazione terroristica, è indispensabile ragionare dividendo l’organizzazione terroristica in due categorie: i rami nell’Africa occidentale e centrale e quelli nel sud-ovest, nell’Asia centrale e meridionale

Possiamo affermare che, da un lato, per i membri situati nelle aree in Medio Oriente sono meno esposti a rischio di infezione, stando anche ai dati dell’OMS che non riscontrano una diffusione significativa in quelle aree geografiche – “un fattore che li ha risparmiati anche dall’epidemia di Ebola”, specifica Ahmed Kamel Al-Beheiri. Tale situazione potrebbe rivelarsi favorevole per aumentare e riordinare la loro struttura organizzativa, sfruttando anche la tendenza di molti verso il fanatismo religioso in momenti di forte crisi.

Dall’altro lato, nelle zone del Sud-ovest nell’Asia centrale e meridionale, il potenziale impatto del virus potrebbe rivelarsi contingente. Ad esempio, i membri dell’organizzazione terroristica tendono ovviamente ad evitare gli ospedali per paura di essere individuati e arrestati. In quest’ottica l’epidemia potrebbe gravemente erodere la struttura e le capacità dell’organizzazione, contagiando e uccidendo combattenti altamente qualificati.

Gli Stati dell’Unione europea, e non solo, si ritroveanno sicuramente a dover innalzare il livello di attenzione, in un momento in qui gli sforzi sono già contingenti.

Noemi Brancazi e Vittoria Ferrone

Nella foto: scritta “Daesh”, in arabo.

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