“Cecità” di José Saramago: la fantasia racconta la realtà

Cosa succederebbe se improvvisamente scoppiasse una pandemia che colpisce tutti senza distinzione e da cui sembra impossibile guarire? Ora come non mai l’essere umano ha la risposta pronta a questo quesito: prova infatti con la propria pelle l’insicurezza e la paura che un’eventualità del genere riesce a scatenare; tutti sull’attenti, costretti ad un isolamento che non rende semplicemente distanti i corpi ma che rende ossessivamente cauti gli uni verso gli altri.

Ma nonostante tutto questo sembri una situazione mai vista, addirittura inimmaginabile per molti, la fantasia di uno scrittore è riuscita a trasformare queste emozioni in parole molto prima che questo virus diventasse l’ospite più indesiderato del mondo: José Saramago, celebre scrittore portoghese, nel 1995 pubblica Cecità Ensaio sobre a Cegueira in lingua originale) e mostra in poco meno di 300 pagine le fobie più oscure del genere umano.

Ma di cosa tratta il romanzo?

In un tempo e un luogo non definiti, all’improvviso l’intera popolazione perde la vista per un’inspiegabile pandemia. La malattia però è peculiare: i malati vedono tutto bianco, come se fossero avvolti da una nube lattiginosa. Il panico si dilaga, l’esplosione di terrore è inarrestabile e porta alla luce i comportamenti più brutali e selvaggi dell’uomo, guidato dall’istinto di sopravvivenza. Nemmeno il governo può nulla di fronte a questa epidemia, i provvedimenti di contenimento sono inutili e tutto il sistema giudiziario e bancario crolla inevitabilmente. Ma tra i malati c’è una donna, inspiegabilmente l’unica immune alla malattia, che sceglie di vivere tra i malati per aiutare l’uomo che ama.

La narrazione si svolge nel massimo dell’anonimato: non viene fornito nessun nome o indicazione geografica e le descrizioni degli ambienti sono quanto più generali possibile. L’indifferenza fa da padrona, come se subentrata la malattia i personaggi non fossero più degni di essere persone. Questa è sicuramente una scelta coraggiosa dell’autore e forse anche impopolare per molti; l’unione e l’armonia sono sentimenti a cui spesso ci si appella in momenti di difficoltà per dar forza all’animo, ma sono anche molto fragili e facilmente prevaricabili dall’egoismo, in una filosofia che si potrebbe definire mors tua, vita mea. La realtà non diverge poi molto; ascoltando il numero dei morti ogni giorno, viene si recepita questa informazione, ma quanto in fondo poi viene assimilata? I media spesso annichiliscono la sensibilità, annunciando ogni giorno numeri, senza nomi; la pietà dura qualche minuto di trasmissione e subito dopo si torna a chiedere libertà personali e a trasgredire le regole. Eppure ancora una volta la scrittura di José Saramago risponde a domande non ancora poste: anche in circostanze che appaiono del tutto negative esiste un faro di speranza. La donna, anche essa senza nome, è del tutto sana eppure non fugge; il suo aiuto è decisivo per i personaggi del romanzo e lei diventa i loro occhi, le loro mani, il faro che li guida fuori da un tunnel senza luce. L’altruismo e l’amore dunque vincono l’ultima battaglia e il lettore, anch’esso guidato nella narrazione dalla prospettiva della donna, non può che rimanere ispirato dal suo coraggio.

Il romanzo ha un finale aperto: senza anticipare troppo, la conclusione dell’epidemia è improvvisa e inspiegabile proprio come il suo arrivo. Essa è quasi un mezzo, un deus ex machina che muove le fila della narrazione ma la sua natura, a livello soprattutto scientifico non diventa mai il punto focale del romanzo. Sono le interazioni umane, le reazioni e i sentimenti i veri protagonisti. Quest’opera insegna come alla fine non importa la gravità della situazione – può essere una guerra, una crisi economica o come in questo caso, in cui fantasia e realtà si fondono, una pandemia- ciò che fa la differenza è come si sceglie di comportarsi e di combattere le paure più profonde.

Alessia Malpede

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