Hong Kong lotta per la democrazia

Hong Kong è un territorio autonomo nel Sud-Est della Cina. Ex colonia della Gran Bretagna, nel 1997 torna sotto la sovranità della Cina come Regione Amministrativa Speciale. Al momento di questo delicato passaggio, il governo cinese si impegna a non istaurare immediatamente il sistema comunista e lascia invariato il sistema economico e politico seguendo il principio ormai noto come “un Paese, due sistemi”: da un lato viene ribadita l’unità nazionale della Cina e dall’altro viene riconosciuta la diversità di Hong Kong, contraddistinta da un proprio ordinamento giuridico, politico e legislativo, e da un diverso sistema economico. Gli accordi prevedono questa situazione speciale fino al 2047.


Ma cosa vuol dire autonomo? Cosa rende Hong Kong “speciale”?

Tra gli aspetti principali sottolineiamo il fatto che Hong Kong esercita una forma limitata di autogoverno: il suo parlamento è in parte eletto dal popolo e, in parte, da Pechino. Il Capo dell’esecutivo – attualmente Carrie Lam – è scelto dal ristretto numero di persone che compongono il Comitato elettorale (proprio il rinnovo di questo comitato è stato l’oggetto delle elezioni), pesantemente controllato da Pechino. Un’altra particolarità riguarda il sistema giudiziario. Quello di Hong Kong si differenzia da quello della Cina perché si basa sulla common law. Senza poter entrare ora nello specifico della descrizione della struttura giudiziaria cinese, decisamente diversa dalla concezione occidentale, è opportuno sottolineare una delle conseguenze più importanti: le autorità cinesi non hanno il diritto di arrestare gli abitanti di Hong Kong, né i turisti o chiunque transiti all’interno del territorio per ragioni lavorative o per affari commerciali. Ulteriore differenza è la valuta. Da un lato vi è il dollaro di Hong Kong, ancorato al dollaro americano, e nel resto del Paese è in corso lo Yuan. Hong Kong mantiene un sistema economico capitalista, a differenza del sistema economico-politico cinese di radice comunista. Questa è una variabile molto importante che influisce sugli scambi con gli altri Paesi e, di conseguenza, è un fattore che rende Hong Kong preziosa agli occhi della Cina e di altre potenze come gli Stati Uniti.


Perché si protesta?


Le proteste, iniziate a giugno 2019 riguardanti l’emendamento ad una legge sull’estradizione, non si sono fermate e si sono trasformate in un’aperta ribellione contro il governo cinese che abbraccia richieste di libertà e autonomia. Nel 2047, come abbiamo detto, Hong Kong cesserà di avere standard politici, economici e istituzionali diversi, più autonomi rispetto al resto della Cina. Inoltre, Pechino ha già dimostrato l’intenzione di erodere il grado di autonomia di Hong Kong (es. il tentativo di riforma elettorale). Le proteste sono uno strumento spesso adottato dalla società civile per far sentire la propria voce. I cittadini di Hong Kong percepiscono la classe politica sempre meno rappresentativa dei propri interessi e sempre più vicina – azzarderei controllata – a Pechino. L’abolizione della legge sull’estradizione (abolizione ottenuta) è stata una delle principali richieste dei manifestanti ma ce ne sono altre: le dimissioni di Carrie Lam (Capo dell’esecutivo), l’avvio di un’inchiesta sull’uso della violenza da parte della polizia, il rilascio dei manifestanti arrestati e la garanzia che maggiori libertà democratiche continuino ad essere garantite. I piani di Pechino, però, sembrano rivolti ad un unico scopo: una sempre maggiore integrazione di Hong Kong nella Cina continentale. Gran parte della tensione che in queste settimane attraversa Hong Kong nasce proprio dalle incognite che gravano sul futuro della sua democrazia, la quale deve confrontarsi con un destino incerto, in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia volgerà al termine (2047).


Cosa comporterà il completamento della transizione di Hong Kong nella Cina continentale?


Non è ancora stato chiarito ed è proprio questa l’incertezza che continuerà a muovere i manifestanti. Le elezioni distrettuali di Hong Kong si sono rivelate un plebiscito (l’affluenza ha superato il 71% dei votanti, più di tre milioni di persone) a favore delle forze democratiche: su 452 seggi in palio, 396 vanno a loro, a fronte di 60 assegnati ai candidati pro-establishment e 45 indipendenti. Di per sé queste elezioni non sono importanti ma, dopo 5 mesi di proteste, si sono trasformate in una sorta di referendum sul governo e, per estensione, su Pechino.


Per cosa hanno votato ad Hong Kong?

Per l’elezione dei 18 consigli distrettuali, un’occasione per i sostenitori dei movimenti democratici di avere voce in capitolo nell’elezione del Capo dell’esecutivo, scelto da un’assemblea di saggi solitamente dominata da lealisti fedeli a Pechino. A nulla è servita la propaganda del governo cinese che da settimane accusa “forze straniere” di sobillare il caos nella città né le foto diffuse dalla stampa governativa di giovani manifestanti armati di molotov e pietre.
Gli elettori si sono schierati compatti al fianco dei manifestanti e dei loro candidati.
La speranza degli attivisti per la democrazia è che il risultato del voto spinga il governo a trattare sulle richieste della piazza. Vogliono scegliere chi li governa. Lo hanno ribadito ieri con il voto, l’unico pienamente democratico che è a loro concesso.
Il governo di Hong Kong ascolterà “certamente con umiltà le opinioni dei cittadini e rifletterà su di esse con serietà” è stato il primo commento trapelato da Carrie Lam ma Pechino ribadisce: “Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale, qualsiasi tentativo di danneggiare il livello di prosperità e stabilità della città non avrà successo”.

Vittoria Ferrone

Immagine: (Kin Cheung, Ap/Ansa) via Internazionale.

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